Tfr, guida de Il Salvagente a una scelta consapevole. HC intervista Cinotti

Entro il 30 giugno i lavoratori dipendenti assunti prima del 1° gennaio 2007 dovranno scegliere la destinazione del loro Tfr, il trattamento di fine rapporto. Si tratta della cosiddetta "liquidazione", che viene corrisposta dal datore di lavoro al dipendente al termine del rapporto di lavoro (circa il 6,91% della retribuzione lorda annua). Circa 8 milioni di italiani, secondo i dati stimati, non hanno ancora deciso: lasciare il Tfr in azienda oppure destinarlo a una forma di previdenza integrativa?

Il Salvagente in edicola questa settimana ha pubblicato uno speciale, "Tfr, come fare a scegliere bene", a cura di Enrico Cinotti. Help Consumatori lo ha intervistato per capire cosa i lavoratori dipendenti devono sapere per effettuare una scelta veramente consapevole.

D. Non c’è da stupirsi che la scelta della destinazione del proprio Tfr stia provocando giustificate ansie alla maggior parte dei lavoratori. Ma si tratta di una scelta definitiva oppure si può tornare indietro se si cambia idea? Quali categorie di lavoratori sono coinvolte?

R. Di fronte al bivio, lasciare in azienda o destinare il Tfr a una forma di previdenza complementare, si trovano tutti i lavoratori dipendenti del settore privato, fatta eccezione di coloro che già versano totalmente la propria quota di liquidazione in un fondo. Sono esclusi anche i dipendenti pubblici, i lavoratori autonomi e parasubordinati come i Co.pro così come i lavoratori domestici come colf e badanti.
La scelta di aderire a una forma pensionistica complementare è irreversibile, ovvero non si può poi decidere di tornare ad accantonare il Tfr in azienda. È garantita invece la portabilità: dopo due anni di adesione a un fondo si può trasferire a un altro tutto quello già maturato.
Chi invece opta per lasciare la liquidazione in maturazione presso il datore di lavoro ha diritto al ripensamento: in qualsiasi momento successivo alla scelta può decidere di aderire, in modo definitivo, a un fondo o a una polizza individuale.

D. Quali sono le opzioni per chi decide di destinare il Tfr a una pensione integrativa?

R. Il lavoratore ha tre possibilità: scegliere un fondo negoziale-chiuso, un fondo aperto o sottoscrivere un Piano previdenziale individuale. Queste tipologie si differenziano sulla base dell’adesione e dei costi di gestione, contenuti nei fondi negoziali, più alti in quelli aperti e molto elevati nelle polizze previdenziali.
I fondi negoziali, sono istituiti sulla base di accordi tra le organizzazioni sindacali e quelle imprenditoriali, e sono anche detti chiusi perché l’adesione è riservata esclusivamente agli addetti di una specifica categoria professionale. Il dipendente che sceglie il proprio fondo di categoria, oltre al Tfr, usufruisce anche di un contributo del datore di lavoro, qualora questo sia previsto dal contratto collettivo e qualora contribuisca anche con una quota della propria retribuzione mensile.
I fondi aperti, invece, sono creati e gestiti direttamente da banche, assicurazioni, Sgr e Sim, Società di investimento mobiliare. Qualsiasi lavoratore può scegliere queste forme integrative aldilà della categoria di appartenenza, visto che l’adesione è collettiva. Attenzione però perché se si scelgono in prima battuta si perde, qualora sia previsto, il contributo del datore di lavoro.
Infine i Pip, vere e proprie polizze assicurative la cui sottoscrizione è individuale e, se scelte in prima battuta, non danno diritto ad avere il contributo aziendale.

D. Nello speciale da te curato sottolinei il fatto che non c’è una scelta valida per tutti i lavoratori, perché non tutte le situazioni sono uguali. In generale, a chi conviene una pensione integrativa e a chi, invece, lasciare il proprio Tfr in azienda?

R. Un consiglio su tutti: qualunque sia l’opzione preferita è importante formulare una scelta altrimenti il 30 giugno – o al termine dei sei mesi per i lavoratori assunti dopo il primo gennaio 2007 – scatta il silenzio-assenso ovvero il proprio Tfr viene destinato a un fondo pensione, senza possibilità di tornare indietro. Quindi scegliere è importante.
A chi conviene? In linea generale chi è giovane, magari entrato nel mondo del lavoro da poco con retribuzioni basse, avrà una pensione completamente calcolata in base ai contributi che verserà nell’arco della carriera. Questa tipologia di persone potrebbero essere quelle più "bisognose" di integrare il futuro assegno pensionistico con uno integrativo. Viceversa chi è fine carriera potrebbe tranquillamente continuare ad accantonare il proprio Tfr in azienda. Per i profili intermedi entrano in gioco diverse variabili, tra questi gli anni che li dividono dalla pensione. Va considerato che 20-25 anni ancora di lavoro possono essere un buon periodo per accumulare un "salvadanaio" complementare. Periodi più bassi potrebbero dar vita a rendite future molto ridotte a meno che, oltre al Tfr, il lavoratore non decida di trasferire al fondo anche un proprio corposo contributo mensile. È bene poi tener presente che i rendimenti dei fondi pensione dipendono dal mercato. Nessuno ha la palla di vetro per stabilire quanto tra 20-30 anni quel fondo avrà fatto guadagnare o "perdere" al suo sottoscrittore. Mentre sappiamo che il Tfr in azienda si rivaluta, per legge, ogni anno di un tasso composto da 1,5 per cento più il 75 per cento del tasso annuo di inflazione.

D. Non è raro che i lavoratori abbiano necessità di usufruire di anticipazioni sul Tfr, per esempio per far fronte all’acquisto o alla ristrutturazione dell’abitazione oppure a spese sanitarie: è una possibilità che rimane anche per chi opta per il fondo collettivo?

R. Stando alle regole attuali, le anticipazioni dai fondi sono migliori di quelle per il Tfr. Il 75 per cento di quanto accumulato a un fondo, ad esempio, può essere richiesto in qualsiasi momento per far fronte a spese mediche. Le regole sul Tfr in azienda invece prevedono che l’anticipo per spese sanitarie può essere chiesto dopo almeno 8 anni di accantonamenti. Stesse regole invece per l’acquisto prima casa per sé o per i propri figli: dopo 8 anni di versamenti può essere chiesto un’anticipazione sia al fondo sia all’azienda. Infine le anticipazioni possono essere cumulate, ovvero si possono richiedere sia al fondo che al datore di lavoro.

D. Una volta effettuata la scelta, che cosa deve fare il lavoratore? Quali procedure deve seguire?

R. Qualora il lavoratore abbia scelto un fondo pensione non deve far più nulla. Sarà il datore di lavoro che, dal mese in cui viene formulata la scelta, verserà alla forma integrativa il Tfr in maturazione del proprio dipendente. Per coloro che scelgono di lasciare il Tfr in azienda tutto rimane come prima. In questo caso però va sottolineato che qualora l’azienda abbia almeno 50 o più dipendenti, il Tfr verrà trasferito al fondo Tesoreria presso l’Inps che lo Stato utilizzerà per le infrastrutture pubbliche. Soldi che non andranno persi, in quanto verranno restituiti al lavoratore nel momento terminerà il rapporto di lavoro.

D. Concludiamo con una domanda più "politica": al di là della scelta del lavoratore, quali sono gli interessi in gioco? Mi riferisco alle altre principali categorie coinvolte: stato, aziende e assicurazioni. Chi ha da guadagnarci e chi da perderci dalla nuova formula di destinazione del Tfr a un fondo integrativo?

R. Quello che noto è che in Italia non è ancora sviluppata una consulenza indipendente per quanto riguarda la previdenza integrativa, in assenza della quale il lavoratore-consumatore si trova in balia di consigli non sempre indipendenti. Il Tfr, in quanto quota di salario differito, è e deve rimanere proprietà del lavoratore. È vero che nei fondi esistono linee garantite, ovvero forme che garantiscono almeno la restituzione del capitale versato ma non ci sono linee che "tutelano" anche la difesa del potere di acquisto di quei soldi tra 20-30 anni. Da questo punto di vista la Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, sta per varare un provvedimento che imporrà ad ogni fondo a mostrare all’iscritto, sia in fase di adesione sia ogni anno, una sorta di estratto conto: l’Isc, l’indice sintetico di costo, la posizione maturata, il rendimento registrato, quello atteso e le proiezioni sulla rendita futura. Informazioni che potranno aumentare la trasparenza e incentivare una scelta più consapevole.

Intervista a cura di Laura Simionato

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