Zibaldone finanziario. BCE, Sfinge di fronte al caos finanziario, di P. Sassetti

L’inflazione ufficiale cresce lievemente nell’Eurozona e la BCE, direttamente per bocca del Governatore Trichet o, sorprendentemente, per interposta persona di lingua tedesca, lascia intendere con incolore monotonia che questo evento è una buona ragione per tenere stabile il tasso di sconto. Dimentica, tuttavia, del fatto che i tassi di mercato europei, in realtà, risentono di difficili condizioni di liquidità e che, nella sostanza, segnalano una restrizione creditizia intempestivamente pro-ciclica.

Infatti, le previsioni della crescita economica in Eurolandia sono state ripetutamente riviste al ribasso ed il rapporto dollaro/euro ha sfiorato ieri notte il valore di 1,6. Ieri Eugenio Scalfari è tornato su questo argomento. Siamo così, in tutto l’Occidente, dinanzi ad un’inflazione importata dall’estero da paesi con sistemi economici diversi dai nostri, livelli retributivi decisamente più bassi, monete inconvertibili, Banche centrali non integrate con quelle occidentali. Da questo punto di vista la politica dei tassi d’interesse (e quindi il valore del cambio estero della moneta europea) attuata ormai da un anno dalla Banca europea è del tutto insensata. Per il rispetto dovuto a una grande istituzione la stampa si è finora astenuta dal prender di mira la Bce; i governi e l’Ecofin hanno fatto altrettanto. Ma ora l’errore e l’inspiegabile tenacia con cui la Banca mantiene un livello dei tassi sempre più squilibrato non può esser sottaciuto. Mantenere il tasso ufficiale dell’euro al 4 per cento con una forbice in continuo aumento rispetto al tasso della Fed che tra poco sarà la metà di quello europeo significa marciare ad occhi bendati verso il disastro.

Nei mesi scorsi, in tempi non sospetti, ho dedicato svariati interventi a questo tema. Avevo trattato il tema dal punto di vista macroeconomico, ma ora mi interessa trattarlo sotto il profilo accademico e psicologico. La BCE continua a mandare il messaggio che intende combattere l’inflazione con la politica monetaria. Ma l’inflazione europea è essenzialmente un’inflazione importata da costi di materie prime e non una inflazione da domanda. Da quando in qua la teoria economica sostiene che la politica monetaria è efficace nella lotta all’inflazione in questo scenario? La mia sorpresa risiede soprattutto nel fatto che la BCE pare ispirata a teorie economiche del tutto erronee e, poiché non posso credere che l’ignoranza vi regni sovrana, la mia impressione è che la BCE sia rimasta prigioniera o di una visione ideologica e stereotipata del funzionamento dell’economia moderna o di una sua immagine stereotipata, tanto arcigna quanto anacronistica, che malauguratamente confonde il rigore con la fissità maniacale.

L’inflazione da costi deriva dall’affacciarsi sul mercato dei consumi delle moltitudini cinesi, indiane, indonesiane, coreane, tailandesi, ecc..; che la politica monetaria europea ne possa influenzare i consumi è un’idea che fa sorridere uno studente del primo anno di economia e commercio. Molti paesi emergenti hanno sostanzialmente ancorato le loro valute al dollaro USA. Cina, Messico, Argentina, ecc. e la rivalutazione dell’euro sul dollaro corrisponde, di fatto, ad una rivalutazione dell’euro su gran parte del mondo. Tale rivalutazione non pare sostenibile senza gravi conseguenze sulla crescita economica ed favorirà la caduta delle esportazioni proprio mentre la domanda di consumi privati è messa sotto pressione dalla riduzione del reddito disponibile reale delle famiglie, falcidiato dagli aumenti delle rate dei muti, del prezzo della energia e dei beni alimentari.

In altri termini, è la Banca Centrale che sta portando il continente europeo in recessione, probabilmente non per un cinico e deliberato disegno, ma per fedeltà alla sua immagine stereotipata. Non credo che lo scenario che ci aspetta sia quello del ’29. Una delle ragioni per cui non lo credo è che, diversamente dal ’29, nel frattempo le banche centrali hanno imparato (dovrebbero aver imparato) a come si governano i cicli economici. Nel ’29 la crisi fu aggravata perché la prima reazione della FED fu quella di restringere il credito ed innalzare i tassi di interesse. Poi venne Keynes e fu imparata la lezione.

Tuttavia, la lezione del passato non sembra essere stata pienamente assimilata dalla BCE. Il contrasto con la gestione pro-attiva della crisi da parte della FED è stridente. La considerazione politica che sorge spontanea è che, in nome dell’indipendenza della Banca Centrale, un manipolo di persone senza alcuna investitura politica può determinare od aggravare la recessione per centinaia di milioni di cittadini europei. Fine a qualche anno fa pensavo che la categoria professionale che guadagnasse di più, facendo di meno, fosse quella dei notai. Oggi mi devo ricredere: è il Governatore della BCE, vero "notaio della recessione" che sta per arrivare.

 

di Paolo Sassetti (analista finanziario indipendente) apparso su Trend on Line del 17/03/2008

 

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