RISPARMIO. A Montecitorio la protesta dei bond people argentini

C’è chi ha perso tutta la liquidazione (30.000 euro), chi i risparmi dell’intera famiglia (155.000 euro), chi qualche soldo messo da parte per i momenti negativi (10.000 euro). Sono i Bond people argentini (circa 450.000 persone) in totale che si sono fidati di impiegati di banca che li hanno consigliati a utilizzare i propri soldi per un’operazione che poi si rivelata un fiasco. Numerosi pensionati, lavoratori (molti cosiddetti ex Bot people, ovvero gente che investiva nei titoli dello Stato italiano) hanno acquistato obbligazioni del Paese sudamericano. "Tanto sono soldi sicuri", sostenevano gli operatori di banche grandi e piccole. Ma di sicuro non c’è stato nulla se non il default del Paese e la perdita dei risparmi.

Oggi a Roma alcuni di loro hanno protestato davanti la sede della Camera dei deputati, insieme ai rappresentanti delle 16 associazioni dei consumatori, raggruppate nel Comitato nazionale consumatori e utenti (Cncu) del Ministero delle Attività produttive.

Il Comitato respinge la proposta del Governo argentino di rimborsare al 30% i soldi persi dai cittadini e chiede a quello italiano un intervento. Poi nell’incontro con i deputati delle Commissioni Attività produttive e Finanze di Montecitorio i dirigenti delle associazioni dei consumatori hanno ribadito la necessità di varare un provvedimento di legge affinché siano le banche a garantire ai risparmiatori il rimborso al 70% e siano poi gli istituti di credito a rivalersi sul Governo di Buenos Aires.

"Abbiamo stigmatizzato l’offerta di scambio proposta dall’Argentina – spiega Elio Lannutti, presidente dell’Adusbef al termine dell’incontro – e convenuto con i deputati che la proposta è indecente". Dalla riunione è emersa anche l’iniziativa di fare pressioni sul ministro degli Esteri, Gianfranco Fini – perché intervenga diplomaticamente nei confronti del Paese sudamericano.

Il Comitato ha chiesto, inoltre, ai deputati di approvare rapidamente l’assegnazione della vigilanza sulle banche all’Antitrust, di rafforzare i poteri della Consob e dei suoi poteri sanzionatori. Di stabilire l’incompatibilità tra chi gestisce il risparmio e chi gestisce le imprese. Infine ha chiesto istituire un fondo di garanzia a tutela dei risparmiatori vittime di raggiri. Non solo. Per le associazioni dei consumatori, inoltre, non si può più perdere tempo per l’approvazione da parte del Senato della class-action. Uno strumento che tutela i consumatori contro comportamenti vessatori. Oltre ad essere uno strumento di garanzia per gli operatori e le imprese che agiscono correttamente sul mercato.

Sostiene Antonio Longo, presidente del Movimento difesa del cittadino: "La proposta del Governo argentino è provocatoria e la respingiamo con forza. Chiediamo invece al Governo italiano di attivare negoziati con il Paese sudamericano e con le istituzioni internazionali come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale per ottenere tempi dimezzati nella restituzione del capitale". L’Argentina deve insomma fare proposte più serie e concrete. Il Paese sudamericano "è stato molto furba dicendo al Fondo monetario internazionale che restituirà in anticipo i soldi prestati. Il Fondo monetario internazionale non può rinegoziare le condizioni, i Governi nazionali sì. In particolare quello italiano. Non ci sono molti margini ma quelli che ci sono vanno seguiti".

Lo stesso Governo argentino sostiene che i bond non dovevano essere sottoscritti da investitori privati ma istituzionali. "Noi – ricorda ancora Antonio Longo – abbiamo attivato cause con diverse banche chiedendo una presa di posizione di Bankitalia affinché venga incontro alle richieste dei risparmiatori, ai quali hanno spesso piazzato questi bond senza che loro ne fossero a conoscenza".

Altroconsumo indica le sei buone ragioni per dire di no alla proposta di rimborso del governo argentino. L’associazione indipendente dei consumatori manifesta oggi a Roma in piazza Montecitorio e partecipa all’incontro con le commissioni parlamentari Attività produttive e Finanza, per chiedere finalmente maggiore tutela per i risparmiatori.
In un ampio documento Altroconsumo analizza alcuni dati. In primo luogo la proposta del Governo argentino ripaga agli investitori solamente un quarto del loro investimento. Si tratta dell’offerta più bassa fatta da uno Stato sovrano negli ultimi 15 anni. La maggior parte delle offerte degli ultimi 15 anni si aggira tra il 50% della Bulgaria nel 1995 e il 70% del Venezuela nel 1990, con alcuni casi di pagamento al 100% come Gabon (1994), Pakistan (1999), Ucraina (2000) e Uruguay (2003).

Inoltre la proposta di Buenos Aires non implica un pagamento immediato del debito, ma un pagamento dilazionato da qui al 2025 (e oltre). Questo implica – nota Altroconsumo – il rischio che se nei prossimi anni l’Argentina non si comporterà in maniera virtuosa, potrebbe anche rinegoziare un’altra volta il proprio debito. L’ipotesi non è così peregrina se si nota che l’Argentina è già andata in default altre volte negli ultimi 50 anni. La proposta del Governo argentino prevede che siano offerti agli obbligazionisti titoli a tasso fisso. In caso di rialzo dei tassi questi titoli perderanno parte del loro valore di mercato, per cui diventerà assai svantaggioso venderli (e quindi disfarsene) prima della scadenza. La proposta poi non è legata alle attuali capacità di pagamento del Paese, ma tenta di far ricadere sui risparmiatori internazionali il costo del suo futuro sviluppo economico. In realtà con una crescita economica che oggi si assesta intorno all’8%, secondo la maggior parte degli analisti l’Argentina può permettersi di ripagare una quota del proprio debito ben superiore a quella promessa.

Per Altroconsumo poi la proposta del Governo argentino, al di là della buona volontà (o meno) di Buenos Aires, potrebbe paradossalmente essere non sostenibile proprio a causa dei tagli che comporta. Si ipotizza un tasso di crescita oggi intorno all’8%. Tuttavia questo sviluppo per irrobustirsi avrà bisogno disperato di capitali stranieri. Se l’Argentina paga solo il 25% del suo debito potrebbe anche darsi che i mercati finanziari, gliela facciano pagare lesinandole finanziamenti. Chi si fida, infatti, di un debitore che decide da sé se e quanto pagare? Una "vendetta" dei mercati finanziari potrebbe quindi arrestare questo sviluppo.

La proposta viene presentata come fosse l’ultima offerta irrevocabile che lo Stato argentino può fare agli obbligazionisti, tuttavia trattandosi di una proposta assai ingenerosa e unilaterale (ricordiamo che ad oggi l’Argentina non ha mai aperto una seria trattativa con i creditori) è molto probabile che una buona parte degli investitori non aderisca, facendo pressione perché il Paese sudamericano proponga una ulteriore nuova offerta. La forza di questo gruppo di pressione dipende dalla quantità di investitori che non accetteranno l’offerta. Secondo il Fondo monetario internazionale l’offerta è valida se aderisce almeno l’80% degli obbligazionisti.

Il Governo argentino si vorrebbe accontentare del 50%, comunque per ora ha dalla sua solo i fondi pensione argentini che hanno il 18,5% del debito di Buenos Aires. Se anche aderissero le banche argentine che pure hanno sottoscritto parte di questo debito si arriverebbe comunque solo al 30%, siamo ancora lontani dal 50%. Non aderire rafforza, quindi, le posizioni di chi vuole spingere l’Argentina a trattare ancora.

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