Consumatori e benessere animali: un altro consumo è possibile

Consumatori sempre più responsabili, attenti e consapevoli dei prodotti che acquistano e delle scelte alimentari ed etiche che fanno: questa la tendenza che emerge da tante ricerche condotte a livello europeo e italiano. Il mondo dei consumatori è certamente un universo frastagliato, con comportamenti di acquisto che spesso seguono dinamiche diverse e divergenti. C’è chi si orienta soprattutto sul risparmio, c’è chi invece fa delle scelte di acquisto uno stile di vita e di consumo che premia la qualità, l’impegno etico, la tutela dell’ambiente e il benessere animale. La cosa è meno scontata di quanto sembri al primo impatto: non c’è bisogno di essere vegani per prestare attenzione al benessere degli animali da allevamento e per preoccuparsi della loro salute. Non c’è bisogno di essere vegani per sostenere la necessità di una riduzione del consumo di carne – è infatti generale l’invito a diminuirne il consumo e a non abbandonare la dieta mediterranea – ma anche per rivendicare allevamenti e macelli nei quali gli animali non vengano di fatto torturati, come hanno dimostrato numerose inchieste.

Le ricerche più recenti mettono in evidenza due tendenze di fondo: i consumatori vorrebbero più informazione e sono pronti a far leva su una maggiore consapevolezza e su una qualità etica e ambientale dei prodotti per fare il salto successivo, ovvero pagare di più quei prodotti che vantano un plus in termini generali di sostenibilità. I cittadini vorrebbero una maggiore informazione su come vengono trattati gli animali da allevamento, più chiarezza nelle indicazioni che arrivano loro, più trasparenza nelle etichette – che rappresentano la prima arma a disposizione per operare una scelta di consumo consapevole – e questo si traduce nella disponibilità a pagare di più uova e carni che garantiscano un maggior benessere animale. Non è una prerogativa di tutti i consumatori ma non è neanche un’opzione di nicchia.

A dirlo sono in particolare due indagini che rappresentano un punto di partenza fondamentale per riflettere su queste dinamiche. La prima è un sondaggio Eurobarometro del 2016 che ha evidenziato come in tutta Europa la grande maggioranza dei cittadini (il 94%, quasi tutti) ritenga importante il benessere degli animali da allevamento. L’82% pensa che gli animali da allevamento dovrebbero essere tutelati meglio di quanto non siano finora. Il 64% dei cittadini europei vorrebbe avere più informazioni sul trattamento degli animali da allevamento nel loro paese – percentuale che in Italia è anche maggiore e arriva all’80%. La metà dei cittadini dell’Europa guarda le etichette per identificare i prodotti con più alti standard il benessere animale e il 59% è disposto a pagare di più per prodotti rispettosi del benessere degli animali. L’Eurobarometro, nei dati sull’Italia, dice che il 47% ritiene “molto importante” proteggere il benessere degli animali e un altro 47% lo reputa “alquanto importante”. L’80% degli italiani vorrebbe avere più informazioni su come sono trattati gli animali da allevamento nel nostro paese. Il 47% guarda le etichette per cercare di identificare prodotti con più alti standard di benessere animale e animal friendly (in Europa è il 52%). Il 43% dei consumatori italiani sarebbe disposto a pagare di più per prodotti più rispettosi del benessere degli animali mentre un altro 49% dice invece di non essere disposto a pagare di più (una percentuale che nella media Ue si ferma al 35%).

Ci sono alcune differenze fra Italia ed Europa ma la dinamica di fondo riflette l’esigenza diffusa di un consumo informato e consapevole. E infatti un sondaggio più recente, condotto per il CIWF lo scorso anno, evidenzia che la maggioranza degli italiani considera l’allevamento intensivo un sistema crudele per gli animali (dice così il 77% degli intervistati) e una buona fetta sarebbe disposta a pagare di più per prodotti più rispettosi del benessere degli animali. Questo aspetto è interessante anche perché riguarda la maggioranza degli intervistati, che si dichiara disposto a pagare il 10% in più per carni e uova derivati da animali allevati con maggiore benessere. Nel dettaglio: quasi il 54% si dice “molto disposto” a pagare il 10% in più e un altro 33% si dichiara “abbastanza disposto” a pagare il 10% in più per comprare uova e carne da animali allevati all’aperto. Sommati, insomma, fanno quasi l’87% di consumatori che spenderebbe di più per prodotti più attenti al benessere degli animali allevati.

Tutto questo porta dritto a un’altra questione: questo benessere è presente in etichetta? L’etichetta è la prima arma informativa di cui il consumatore dispone per conoscere le qualità della sua spesa. Ma non sempre le etichette sono chiare, e questo lo ha evidenziato proprio il CIWF nella sua guida al consumo consapevole. Le etichette che rivendicano il benessere animale in allevamento, o l’allevamento senza antibiotici, non necessariamente danno informazioni sul benessere effettivo degli animali, così come la rivendicazione dell’italianità del prodotto, del made in Italy, dell’allevamento italiano, di fattoria o tradizionale non dicono quasi nulla su questo tema. E non a caso fra i consumatori la richiesta che spesso arriva è quella di avere informazioni più chiare, comprensibili e trasparenti proprio a partire dalle etichette dei prodotti.

Cosa dicono queste due analisi, che arrivano da diversi fronti? Dicono che i consumatori seguono comportamenti di acquisto spesso complicati. Spesso sono orientati al risparmio, e negli ultimi anni di crisi economica non poteva essere altrimenti. Ma rivelano anche altro. Ogni volta che ai consumatori si chiede di esprimersi su una qualità in più dei prodotti che acquistano, i consumatori rispondono in maniera positiva. E infatti accolgono con favore i prodotti biologici, vegan, i prodotti del made in Italy, tutti quelli che rivendicano delle qualità di sostenibilità in più, compreso dunque carni e uova più rispettosi del benessere animale. Allora il tema di fondo diventa quello di aumentare la trasparenza delle informazioni, se si considera che manca un’etichettatura europea obbligatoria secondo il metodo di produzione di tutti i prodotti di origine animale – fatta eccezione per le uova – e che molte etichette non sono del tutto esaustive o comunque non garantiscono informazioni effettive sul benessere degli animali allevati. In Italia solo le uova delle galline sono etichettate obbligatoriamente secondo il metodo di allevamento, mentre c’è un’etichettatura volontaria per il pollame; manca invece per i bovini, i suini e i conigli.

Si possono ricordare altre tendenze di fondo dei consumi che confortano questa analisi. Ad esempio: i giovani under 35 comprano più prodotti ecologici e spendono più della media italiana in prodotti per la cura personale definiti “senza parabeni”, “vegan” e “cruelty free”. Lo stile di vita passa sempre più spesso attraverso l’alimentazione e la orienta. Allo stesso tempo, le qualità del cibo rispecchiano una filosofia esistenziale. Così in Italia crescono i consumi di prodotti biologici, vegetariani e vegani ma, questa è la particolarità, il target è ampio e coinvolge tutti i consumatori che vedono in queste indicazioni una garanzia in termini di qualità, di controlli e di sicurezza alimentare.

E in questo frangente sono disposti a pagare qualcosa di più. Non tutti, certo, perché non tutti possono permetterselo. Ma sono in molti, non sono una nicchia isolata, non necessariamente sono consumatori con tante risorse economiche a disposizione (il denaro è importante ma molto incidono la dimensione culturale, la presenza di bambini piccoli in famiglia, la consapevolezza del valore insito nelle scelte di consumo). E, per chiudere il cerchio, non sono tutti vegani.

 

@sabrybergamini

 

Intervento redatto per l’evento del CIWF “Telecamere nei macelli. Più tutele per animali, lavoratori, veterinari e consumatori”.

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