Acli, sondaggio Ipr Marketing: per cambiare l’Italia ci vogliono le riforme o la “rivoluzione”

Per sei italiani su dieci una spesa imprevista di cento euro rappresenta un peso sul bilancio mensile della famiglia. Dalla crisi si uscirà, ma gli italiani fra dieci anni saranno più poveri. E se a pagare la crisi dovrebbero essere soprattutto “i più ricchi”, affermazione che denota la richiesta di una maggiore equità sociale, il primo segnale di ripresa passerà dal lavoro. Come cambia l’Italia? Con le riforme, o con la “rivoluzione”. È quanto emerge da un sondaggio realizzato per le Acli da Ipr Marketing, in collaborazione con Iref (l’istituto di ricerca delle Acli) – “Come e quando usciremo dalla crisi economica?” – diffuso alla vigilia del 24° Congresso nazionale delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani.

Bastano 100 euro per andare in crisi. Alla domanda “quanto peserebbe sul bilancio mensile della sua famiglia un spesa imprevista di cento euro?”, rivolta a un campione rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne, sei italiani su dieci (60,2%) rispondono che peserebbe molto o abbastanza – rispettivamente il 18% e il 42% delle risposte. I più preoccupati di una spesa fuori budget sono i cittadini del Sud (70,9%), le donne (68,7%) e gli under 35 anni (62,7%).

Quasi la metà degli intervistati (47,5%) ha iniziato a percepire in concreto nella vita quotidiana gli effetti della crisi economica tra il 2010 e il 2011. Il 14,8% del campione era già in una situazione di sofferenza economica prima del 2008. La grande maggioranza degli italiani (72,4%) non riesce a leggere in questa crisi un’occasione di progresso o cambiamento. Secondo gli italiani, che guardano al futuro con preoccupazione, insicurezza e pessimismo, per uscire dalla crisi sociale ed economica non si può non puntare su una maggiore equità (24,9%) e moralità (22,8%) generale da un lato e dall’altro occorre far leva sulla competenza (18,5%) delle classi dirigenti e sull’innovazione (12,7%).

La richiesta di equità sociale emerge anche rispetto all’opinione su chi debba pagare la crisi: il 74,8%, del campione, infatti, ritiene che siano i cittadini più facoltosi a dover sopportare il carico maggiore della crisi. Opinione, questa, diffusa in maniera trasversale e con la stessa intensità in tutti i segmenti socio-demografici della popolazione.

La ricerca ha chiesto agli italiani cosa occorre per cambiare il paese. Per la maggioranza degli intervistati (50,9%) la strada da seguire è quella riformista, con interventi graduali e condivisi (35,7%) ma anche impopolari (14,6%). La crisi porta però con sé anche atteggiamenti radicali: quasi un terzo del campione (32,%) vede la “rivoluzione” come unico mezzo per trasformare l’Italia (32%). Il 17,2% degli intervistati, invece, ha risposto che “questo Paese non cambierà mai”.

Per gli italiani i segnali più evidenti che il Paese starà uscendo dalla crisi saranno l’aumento dei posti di lavoro (26,3%) e la conseguente ripresa dei consumi (19,8%), seguiti dall’abbassamento delle tasse (15,7%) e dall’aumento degli stipendi (10,7%).

La maggioranza degli intervistati  (51,3%) intravede la fine del tunnel entro i prossimi 3 anni. Il 37,7% ritiene, invece, che i tempi siano più dilatati e che si uscirà dalla crisi non prima di 4-10 anni. In ogni caso, solo il 10,9% è scoraggiato al punto da ritenere che l’attuale situazione sia senza ritorno.

Il 40,2% degli italiani pensa che l’Italia uscirà dalla crisi in condizioni peggiori di prima. Per il 30,5% ,invece , l’Italia si riprenderà come prima della crisi. Quasi un terzo degli italiani, però, vede un futuro migliore quando la crisi sarà passata. Si tratta soprattutto di uomini (34,5%), di persone oltre i 54 anni (32%) e residenti nel Sud (33%). Proiettandosi nel futuro, il 44,7% degli intervistati si immagina più povero tra 10 anni, a fronte del 19,1% che invece confida su un miglioramento della propria condizione.  Emerge una forte divaricazione tra giovani e laureati – che in misura maggiore si mostrano più ottimisti verso il futuro – e anziani e persone con titolo di studio non elevato,  tra i quali regnano in misura maggiore scoramento e sfiducia.

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