Amnesty: diritti umani negati, 2011 fra attivismo e fallimento di leadership

Un anno di svolta per l’attivismo, con proteste di piazza e di massa contro la tirannia e l’ingiustizia. Un anno che ha evidenziato il fallimento della leadership globale. Un anno che conta restrizioni alla libertà di espressione in almeno 91 paesi del mondo e casi di maltrattamenti e torture in almeno 101 paesi. E l’Italia? Non sta messa bene in tema di diritti umani: troppe violazioni dei diritti dei migranti, ancora sgomberi forzati delle comunità rom, discriminazioni e razzismo verso le minoranze, e il perpetuarsi di una grave assenza: la mancanza del reato di tortura nel codice penale. È la fotografia dello stato dei diritti umani nel mondo scattata da Amnesty International nel Rapporto annuale 2012.

La situazione dell’Italia, direttamente interessata dai processi migratori seguiti alla rivolta nei paesi del Sud del Mediterraneo, va inserita in un contesto internazionale nel quale alle rivolte e alle proteste di piazza ha fatto da contraltare quello che Amnesty definisce “il fallimento della leadership globale”. Per l’associazione, infatti, “il coraggio mostrato dalle persone che hanno preso parte alle manifestazioni degli ultimi 12 mesi è stato accompagnato da un fallimento delle leadership, che ha reso il Consiglio di sicurezza un organismo debole, non al passo coi tempi e sempre più inadeguato rispetto ai suoi obiettivi”.

“Il 2011 – ha detto Christine Weise, presidente di Amnesty International Italia, alla presentazione dell’edizione italiana del Rapporto – è stato un anno di proteste senza precedenti, proteste di massa contro la tirannia e l’ingiustizia”. Un movimento globale ha testimoniato che “le violazioni dei diritti umani vengono sempre meno subite in silenzio”. Diritti, libertà, dignità, giustizia sociale e uguaglianza sono state alle base delle rivendicazioni portate avanti nelle manifestazioni, dalla Primavera Araba alle proteste nei paesi occidentali, ma “la risposta della comunità internazionale – ha denunciato Weise – ha evidenziato un profondo fallimento della leadership globale”. Per il presidente di Amnesty Italia, “il fallimento delle leadership è diventato globale nel 2011, anno in cui i dirigenti politici hanno risposto alle proteste con brutalità o indifferenza. I governi devono dimostrare di possedere una leadership legittima e combattere l’ingiustizia, proteggendo chi è senza potere e limitando l’azione di coloro che il potere ce l’hanno. È giunto il momento di mettere le persone prima delle aziende e i diritti prima dei profitti”.

Nel mondo si contano maltrattamenti e torture in 101 paesi, restrizioni alla libertà di espressione in almeno 91 paesi, condanne a morte eseguite in 21 paesi, almeno 18.750 prigionieri nel braccio della morte, almeno 55 fra gruppi armati e forze governative che arruolano bambini come soldati o ausiliari, e almeno il 60% delle violazioni dei diritti umani documentate da Amnesty legata all’uso di armi di piccolo calibro e di armi leggere.

E l’Italia? Ha perso un’occasione per tutelare adeguatamente i diritti umani quando ha evitato di attuare una vera risposta umanitaria di fronte ai migranti arrivati dall’Africa del Nord, più di 52 mila persone nel 2011, molte sbarcate a Lampedusa, dove la mancata risposta delle istituzioni ha creato l’emergenza. Come si legge nella scheda del rapporto dedicata all’Italia, “la risposta delle autorità è stata carente e ha determinato violazioni dei diritti umani di richiedenti asilo, migranti e rifugiati”.

Spiega Giusy D’Alconzo, direttrice dell’ufficio Campagne e Ricerca di Amnesty, che una risposta umanitaria avrebbe significato tenere aperte le frontiere alle persone in pericolo: “L’Italia aveva le competenze per essere campione di salvataggio in mare. Invece ha guidato una cordata di paesi europei che si è chiusa sul contenimento dei flussi migratori. Almeno 1500 persone hanno perso la vita in mare”. In almeno un episodio c’è stata omissione di soccorso: la ricercatrice ricorda che, nel marzo 2011, 63 migranti hanno perso la vita dopo essere stati alla deriva per 16 giorni; dei sopravvissuti, solo 9, un testimone ha raccontato che i migranti avevano visto passare navi e sorvolare velivoli nell’area dove si trovava la loro imbarcazione.

Amnesty ha sottolineato che terrà alta l’attenzione sugli accordi tecnici con i paesi del Nord Africa in materia di immigrazione e sicurezza. D’Alconzo ha citato, relativamente all’attuale Governo, gli accordi firmati lo scorso 3 aprile in Libia su sicurezza e flussi migratori denunciando che “non sono stati trattati come accordi pubblici” e quindi non si hanno ancora notizie precise sul loro contenuto.

Ma l’Italia è indietro anche per altri motivi: sono proseguiti gli sgomberi forzati delle comunità rom e la discriminazione verso i rom; continuano le violenze razziste verso le minoranze; non ci sono adeguate tutele legislative nei confronti dei diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender. Ancora: non sono cessate le denunce di maltrattamenti da parte delle forze di polizia. E continua la lacuna denunciata ormai da tempo: nel codice penale non è stato ancora inserito il reato di tortura.

 

di Sabrina Bergamini

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