Avvocato generale CGUE: non serve il visto al cittadino che ha carta di soggiorno

Uno Stato dell’Unione europea non può ignorare la carta di soggiorno rilasciata da un altro Stato e quindi imporre a un cittadino di uno Stato terzo l’ottenimento di un visto, quando questi abbia già una “carta di soggiorno di familiare di un cittadino dell’Unione”, per fare ingresso sul proprio territorio. In questo caso, la misura preventiva contrasterebbe col diritto alla libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea e dei loro familiari. È quanto stabilisce un parere dell’avvocato generale della Corte di Giustizia dell’Unione europea, Maciej Szpunar, chiamato a pronunciarsi sul diritto del Regno Unito, contestato da una famiglia in cui il marito ha la doppia nazionalità (britannica e irlandese) e la moglie è cittadina colombiana.

La direttiva dell’Unione europea 2004/38/CE, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, prevede che il possesso di una carta di soggiorno valida dispensi i cittadini di uno Stato terzo, che siano familiari di un cittadino comunitario, dall’obbligo di ottenere un visto d’ingresso, anche se gli Stati possono adottare misure che neghino o revochino il diritto riconosciuto dalla direttiva in caso di abusi o di frodi.

Il caso da cui è scaturita la pronuncia dell’avvocato riguarda la famiglia McCarthy: il marito ha la nazionalità britannica e irlandese ed è coniugato con una cittadina colombiana da cui ha avuto una figlia. La famiglia risiede in Spagna, dove possiede casa, e ha una casa anche nel Regno Unito, dove si reca regolarmente. La signora McCarthy è titolare di una «carta di soggiorno di familiare di un cittadino dell’Unione» rilasciata dalle autorità spagnole. In base alle disposizioni britanniche in materia di immigrazione, i titolari di una carta di tal genere devono richiedere, per potersi recare nel Regno Unito, un permesso d’ingresso («titolo familiare SEE»), valido per una durata di sei mesi, che può essere rinnovato personalmente dal titolare presso una rappresentanza diplomatica del Regno Unito all’estero. La famiglia nel 2012, ritenendo che queste disposizioni violino il diritto alla libera circolazione, ha presentato ricorso dinanzi alla High Court of Justice (England & Wales), Queen’s Bench Division (Administrative Court) (Regno Unito) che ha si è rivolto alla Corte di giustizia chiedendo se i cittadini di Stati terzi possano essere obbligati in modo generale a ottenere un visto per poter entrare in Gran Bretagna, se sono già titolari di una carta di soggiorno.

Nelle conclusioni odierne, l’avvocato generale Maciej Szpunar osserva che la misura prevista dal Regno Unito “svuoterebbe di contenuto le garanzie procedurali previste dalla direttiva. A suo parere, la sospensione sistematica dei diritti riconosciuti dalla direttiva non dà né al giudice nazionale né alla Corte la possibilità di verificare se sussistano effettivamente i requisiti sulla base dei quali le autorità del Regno Unito hanno negato tale diritto alla famiglia McCarthy. L’avvocato generale ritiene che gli elementi di prova dedotti dal Regno Unito non possano essere considerati quali prove concrete connesse al comportamento individuale della famiglia McCarthy. A tal riguardo, rammenta che il comportamento di tale famiglia non ha costituito un abuso ai sensi della normativa dell’Unione”.

Secondo l’avvocato generale, se ci sono i requisiti che consentono a un cittadino extra-Ue, familiare di un cittadino europeo, di beneficiare del diritto di libera circolazione, la relativa carta di soggiorno deve essere riconosciuta dagli Stati membri. A parere dell’avvocato generale Szpunar, infatti, “consentire ad uno Stato membro di ignorare la carta di soggiorno rilasciata da un altro Stato membro, risulterebbe in contrasto con il principio di mutuo riconoscimento – si legge in una nota – Le autorità amministrative e giudiziarie di uno Stato membro sono, infatti, tenute a rispettare i certificati e gli analoghi atti rilasciati, in materia di stato civile delle persone, dalle competenti autorità degli altri Stati membri, salvo che la loro esattezza non risulti seriamente messa in dubbio da concreti indizi connessi al singolo caso concreto. Peraltro, accettare l’attuazione delle misure di applicazione generale previste dal Regno Unito equivarrebbe a consentire a tale Stato membro di eludere il diritto alla libera circolazione, tanto più che altri Stati membri potrebbero anch’essi adottare misure analoghe e sospendere unilateralmente l’applicazione della direttiva”. La direttiva europea dunque, conclude l’avvocato, non consente a uno Stato di adottare una misura che neghi la dispensa dal visto ai familiari di un cittadino dell’Unione che abbiano una valida carta di soggiorno se tale misura è di ordine preventivo e non si fondi sull’accertamento di un concreto abuso.

Allo stesso tempo, per quanto riguarda il cosiddetto protocollo 20 (che riguarda l’amministrazione di alcuni aspetti relativi a Regno Unito e Irlanda) l’avvocato generale rileva che “questo non mira ad attribuire privilegi particolari al Regno Unito, bensì è stato adottato per tener conto del desiderio di detto Stato membro di mantenere, da un lato, i controlli alle frontiere nei confronti della maggior parte degli Stati membri e, dall’altro, la «zona di libero spostamento» esistente con l’Irlanda. I controlli alle frontiere sono, segnatamente, volti a verificare se le persone interessate siano legittimate a fare ingresso sul territorio del Regno Unito. Tuttavia, – aggiunge l’avvocato – tale verifica non autorizza il Regno Unito a negare unilateralmente l’ingresso dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari titolari di una carta di soggiorno imponendo loro, in modo generale, di ottenere e di presentare alle sue frontiere un documento supplementare non previsto dal diritto dell’Unione”.

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