Bangladesh, dopo la tragedia le multinazionali firmano accordo

Si parla ancora di Bangladesh e degli incidenti sul lavoro: dopo la tragedia del 24 aprile scorso, in cui hanno perso la vita 1127 persone (nel crollo del palazzo a 11 piani a pochi km dalla capitale Dhaka) arrivano altri incidenti. Questa volta riguardano gli scontri tra la polizia e gli operai del settore tessile, che vanno avanti dal giorno del crollo: oggi ad Ashulia, alle porte di Dhaka: sono rimaste ferite almeno 50 persone.

I manifestanti, circa 7mila, chiedevano un aumento del salario minimo, dagli attuali 38 dollari mensili a 102. A raccontare la situazione del Bangladesh è Silvana Cappuccio, autrice di diversi saggi sulla catena dello sfruttamento dei grandi marchi tessili occidentali in Asia (l’ultimo è “Jeans da morire”, edito da Ediesse), e rappresentante della Cgil nell’Ilo, che ha scritto un approfondimento su rassegna.it.

Cappuccio ricorda che il Rana Plaza, l’edificio crollato il 24 aprile, ospitava 5 fabbriche di abbigliamento per l’export (New Weave Bottoms, New Weave Style, Phantom Apparels, Phantom Tac Bangladesh Ltd ed Ethertex Textiles). Dal rapporto preliminare di una commissione d’inchiesta è emerso che l’edificio era stato costruito su un acquitrino interrato senza le dovute precauzioni; e che alcuni grossi generatori installati ai piani alti avrebbero provocato delle vibrazioni compromettendo la stabilità strutturale. Il peso che i piani dovevano sorreggere era 6 volte superiore a quello previsto.

Subito dopo il disastro, in Bangladesh la popolazione è scesa per strada per chiedere rispetto e migliori condizioni di lavoro e di vita. Contemporaneamente, è montata una campagna internazionale su iniziativa di IndustriAll e UNI Global Union, le federazioni sindacali internazionali dei lavoratori dei settori industriali e dei servizi, le organizzazioni non governative Clean Clothes Campaign (CCC), Workers Rights Consortium, International Labor Rights Forum, (ILRF), United Students Against Sweatshops (USAS), Maquila Solidarity Network (MSN), War on Want, People and Planet, Some of Us, Change.org, Credo Action, Avaaz e Causes, con il coordinamento dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) e il sostegno di altri organismi governativi, che hanno insieme lanciato una petizione per chiedere azioni concrete da parte dei marchi implicati.

La pressione internazionale ha portato il 15 maggio alla sottoscrizione di un accordo sugli incendi e la sicurezza degli edifici in Bangladesh (Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh), ovvero un protocollo di durata quinquennale con molte delle più grandi firme di abbigliamento occidentali. Quest’accordo mette insieme complessivamente 31 aziende, che si servono direttamente o indirettamente di più di 1.000 fabbriche in Bangladesh, tra cui la svedese H&M, che è il più grande acquirente di capi di abbigliamento dal Bangladesh, l’olandese C & A, Inditex, proprietario spagnolo della catena di abbigliamento Zara, due rivenditori britannici, cioè Primark e Tesco, il rivenditore tedesco Tchibo, Hess Natur, El Cortes Ingles, Mango, Marks & Spencer, Stockmann, Abercrombie & Fitch e N Brown Group. Inoltre, l’americana PVH Corporation – la società madre di Calvin Klein, Tommy Hilfiger e Izod – ha accettato di aggiornare un analogo accordo già siglato nel 2012. Gap, che stava per firmare il testo dello scorso anno, alla fine si è rifiutato, adducendo preoccupazioni per le implicazioni in termini di responsabilità giuridica.

Anche Benetton, uno degli ultimi clienti della New Wave Style, ha alla fine aderito all’accordo, messa alle strette dalla forte pressione esercitata a livello internazionale, in forza delle prove emerse dalle macerie sui suoi rapporti con i fornitori che si avvalevano di quelle produzioni attraverso intermediari.

In base all’intesa le imprese si impegnano a intervenire finanziariamente per il miglioramento della sicurezza delle fabbriche di abbigliamento in Bangladesh, dando accesso a ispezioni indipendenti in fabbrica e facendosi carico degli adempimenti derivanti, a partire dalla messa in sicurezza degli stabili. I lavoratori hanno il diritto di rifiutare il lavoro pericoloso, conformemente a quanto previsto dalla Convenzione OIL n.155. L’accordo impegna le committenti a interrompere i rapporti con le imprese che rifiutino di fare controlli e migliorare sulla sicurezza.

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