Bankitalia: investire in conoscenza al di sopra della media di altri paesi

La nostra economia va resa più inclusiva, innalzando la partecipazione al lavoro, dei giovani e delle donne in primo luogo, eliminando le barriere che si frappongono inutilmente all’attività produttiva, così come le barriere che legano i destini delle persone alla loro origine familiare”. A lanciare l’invito è il neogovernatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, intervenendo al XXX Congresso nazionale dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia.

” Il capitale umano, l’investimento in conoscenza – sostiene Visco – rappresentano una delle variabili chiave della nostra azione di politica economica”. Nel suo intervento il Governatore parte dal ritardo del nostro Paese rispetto ai principali paesi avanzati, sia nei tassi di scolarità e di istruzione universitaria, sia nel livello delle competenze, dei giovani come della popolazione adulta. Fa riferimento ai dati dell’Ocse secondo sui nel 2009 il 54 per cento degli italiani di età compresa tra i 25 e i 64 anni aveva conseguito un diploma di scuola secondaria superiore, contro il 73 per cento della media OCSE.

Nonostante il divario si sia attenuato – specifica Visco – rimane sempre elevato e si fa preoccupante quando si prende in considerazione l’istruzione universitaria dove l’Italia “pare fare molta fatica a tenere il passo degli altri paesi avanzati: sempre nel 2009, la quota di laureati nella fascia d’età 25-64 anni era di poco inferiore al 15 per cento, pari alla metà di quella media dei paesi dell’OCSE; tra i più giovani, con età tra i 25 e i 34 anni, superava il 20 per cento ma si confrontava con una media OCSE pari a circa il 37 per cento”.

 Cosa fare? “Resta il fatto che un paese come il nostro, povero di risorse materiali e ormai in ritardo su diversi fronti, dovrebbe mirare a investire in “conoscenza” non “sotto” e neppure “sulla” ma “al di sopra” della media di altri paesi più dotati di risorse naturali” si legge nell’intervento che continua “sono ritardi gravosi, ancor più in un paese che, come il nostro, registra da tempo un deficit di crescita. È per questo che le politiche dell’istruzione non devono semplicemente mirare a colmare i divari con le economie più avanzate. Devono ambire a invertirne radicalmente il segno”.

 Da qui, l’indicazione di alcuni ambiti di intervento: “Meccanismi di valutazione degli apprendimenti e della ricerca, una maggiore autonomia gestionale, il collegamento del finanziamento pubblico a indicatori di qualità didattica e scientifica nelle università sono aspetti riconosciuti a livello internazionale come importanti per l’efficacia di un sistema educativo” perché “investire in conoscenza, soprattutto nelle fasi iniziali del percorso formativo, è importante per molte ragioni, non solo per gli effetti positivi sulla produttività degli individui. I benefici dell’istruzione vanno oltre quelli economici privati. Per esempio, le persone più istruite godono in media di una salute migliore, anche perché sono maggiormente consapevoli del valore della prevenzione e del costo dei comportamenti a rischio”.

 

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