Calendario Codacons-Cia, fari puntati sul caporalato

“Il dovere di un fotografo è quello di colpire e catturare l’attenzione di chi guarda le immagini. Spero di essere riuscita a vincere la scommessa che mi era stata proposta”. Con queste parole Tiziana Luxardo ha commentato la presentazione del calendario 2016 realizzato per Codacons e Confederazione italiana agricoltori. Titolo dell’opera di quest’anno: “Siamo uomini o caporali”. Una provocazione che le due associazioni hanno voluto lanciare a istituzioni, opinione pubblica e mezzi di comunicazione per fare in modo che l’attenzione sul fenomeno del lavoro illegale nelle campagne italiane resti alta, senza bisogno che “ci scappi il morto”.

I dodici scatti concettuali scelti per il progetto fotografico hanno una valenza ancora maggiore in quanto prendono in considerazione lo sfruttamento del lavoro femminile. Donne che, giunte in Italia con l’utopia di condurre una vita migliore, sono costrette a lavorare in condizioni disumane, ricattate, picchiate e stuprate da coloro che, ingannandole, le hanno condotte verso lo sfruttamento e in alcuni casi arriva fino alla morte.

Sono circa 100mila “nuovi schiavi” che lavorano tra filari di vite e campi di pomodori: giovani, spesso stranieri, molte volte europei dell’Est o nord-africani, tanti anche gli italiani.

“Useremo lo spunto del calendario per scuotere le coscienze e attivare le Istituzione affinchè risolvano il problema”, dichiara Cinzia Pagni, vice presidente di Cia, “Abbiamo accettato la partnership con Codacons perché vogliamo che sia chiaro a tutti che la maggior parte degli imprenditori agricoli italiani rifiuta di legare il proprio nome e il proprio lavoro allo scempio del caporalato. Per questo promuoveremo intensamente l’adesione alla Rete del lavoro di qualità delle aziende nostre associate”.

La Rete è lo strumento voluto dal Governo per censire le aziende agricole che operano nella totale trasparenza e legalità. Dal lato dei consumatori, sono circa il 71% gli italiani che sarebbero favorevoli all’introduzione di un’etichetta eticamente trasparente che certifichi il prodotto anche sotto il profilo etico (indagine condotta dal Ministero delle politiche agricole, ndr) e che rifiutano perciò di acquistare un prodotto frutto di lavoro sottoposto al caporalato. Al momento gli strumenti normativi proposti per la risoluzione del fenomeno sono andati nella direzione di un’intensa attività di controllo che, “crea un clima asfissiante di caccia alle streghe anche in tutte quelle aziende sane che svolgono il proprio lavoro in piena onesta”, precisa ancora Cinzia Pagni. “A noi sembra più opportuna un’azione congiunta tra associazioni di impresa, sindacati e pubblica amministrazione che, soprattutto a livello locale, gestiscano in maniera trasparente il mercato del lavoro agricolo”.

di Elena Leoparco

Comments are closed.