Consumeeting, il futuro del consumerismo? Dialogare e negoziare

La crisi e l’Europa: non passa giorno che non si parli di questi due temi, evidentemente, strettamente intrecciati. Con la crisi economica è crollata la fiducia nell’UE, nella sua moneta unica e nelle sue leggi che spesso ci sembrano (soprattutto a noi italiani) un po’ punitive. Il punto è: le leggi europee, da cui derivano molte di quelle nazionali, riescono ad esprimere lo spirito dei popoli o sono diventate puro astrattismo formale? La domanda è stata al centro della tavola rotonda che si è tenuta oggi nella prima giornata di Consumeeting, organizzato da Consumers’ Forum.

Tanti gli attori che hanno preso parte al dibattito e tanti gli spunti di riflessione. Il dato di partenza è uno e indiscutibile: questa crisi economica ha provocato una pesante caduta dei consumi che, molto probabilmente, non torneranno più ai livelli di qualche anno fa. Questo però non è dovuto soltanto al fatto che abbiamo meno soldi in tasca, ma anche ad una fase storica: dopo un periodo di consumismo compulsivo, siamo arrivati alla saturazione dei consumi e per reazione sono nate alcune tendenze che hanno portato il cittadino a diventare più selettivo. Oggi, in alcuni casi si va a cercare il prezzo più basso, in altri si cerca il prodotto migliore e in altri ancora si sceglie cosa comprare e cosa no.

Le Associazioni dei consumatori si trovano quindi di fronte a questo cambiamento del cittadino che è diventato più consapevole rispetto ad alcune scelte e anche ad alcuni mezzi che ha disposizione (si pensi all’e-commerce).

Il consumerismo italiano ha fatto un percorso abbastanza diverso rispetto a quello degli altri Paesi europei, dove magari c’era già un terreno giuridico di tutele del consumatore. In Italia, purtroppo, questo fattore culturale mancava; tanto è vero che il Codice del Consumo è stato introdotto nel 2005. Fino ad allora ci si affidava al Codice civile che assorbe sostanzialmente il Codice del commercio, mettendo al centro il contratto: di fronte ad esso le parti sono uguali. In Francia, invece, già nel primo Codice di Napoleone sono previste delle tutele maggiori per il consumatore che è parte debole rispetto al venditore. A fare questo piccolo excursus “giuridico” è stato il Viceministro dello Sviluppo economico Antonio Catricalà che qualche anno fa ha presieduto l’Antitrust.

“L’altro giorno ero in Parlamento per illustrare il nuovo contratto di servizio televisivo – ha raccontato Catricalà – e una parlamentare del Movimento 5 Stelle mi ha chiesto come mai non ci fosse la possibilità di fare un’azione di classe contro la Rai nel momento in cui i cittadini non sono soddisfatti di come viene speso il loro canone. Purtroppo io non ho avuto molto tempo per spiegare la cosa, ma il problema è culturale: i contratti di servizio si concludono tra l’amministrazione e l’azienda e il cittadino, che dovrebbe essere il beneficiario ultimo, viene escluso da questa negoziazione. Invece il consumatore ha bisogno di una tutela asimmetrica perché contratta con chi ha una forma molto maggiore di lui. Purtroppo il nostro ordinamento è estremamente rigido e restio alle novità. Io, invece, introdurrei un concetto nuovo che chiamerei abuso di potere privato. Questo riguarda tutte le aziende e le banche, ad esempio, quando utilizzano nell’esercizio del diritto una posizione di maggiore privilegio. Altrimenti parlare solo di scorrettezza non serve perché si tratta di un concetto sfuggente e non inquadrato nel nostro ordinamento. Per ora, però, siamo lontanissimi da questo”. Anche Catricalà si è appellato allo spirito delle leggi, precisando che il Codice del consumo italiano deve riuscire ad esprimerlo. Per realizzare questo cambiamento è fondamentale il ruolo delle Associazioni dei consumatori che devono continuare a negoziare diritti e tutele con le aziende. “Ma anche per negoziare – ha concluso Catricalà – dobbiamo avere almeno la possibilità di battere un pugno sul tavolo”.

E Massimiliano Dona, Segretario Generale dell’Unione Nazionale Consumatori, ha cercato di batterlo il pungo sul tavolo chiedendo direttamente al Commissario Europeo alla politica dei consumatori perché l’Europa ancora non è arrivata ad un accordo sulla class action. “C’è una strana idea in Europa – ha detto Dona – e cioè che in un momento di crisi non si possa introdurre uno strumento del genere. Noi, invece, siamo convinti del contrario ed è proprio nei momenti difficili che si ha più bisogno di tutele”. Massimiliano Dona ha anche puntato il dito contro un altra questione: quella del semaforo che dovrebbe comparire sulle etichette dei cibi, ad indicare se il consumatore può mangiare un certo alimento o no. “Non possiamo accettare che un paese come il nostro che si distingue per le sue eccellenze nel settore alimentare importi un sistema di semafori con un’informazione così grossolana. Sarebbe il fallimento dell’obiettivo dell’Europa che è quello di educare i suoi cittadini”.

Sul tema della class action il Commissario Mimica, alla sua prima visita ufficiale in Italia, ha ricordato che la Commissione Europea ha emanato una raccomandazione ed ha invitato gli Stati Membri a darne attuazione al più presto. “Qualcuno si aspettava un intervento vincolante ma la raccomandazione che abbiamo adottato ci è sembrata la scelta più razionale”. Il Commissario ha precisato che non è facile trovare uno strumento comune a tutti i Paesi visto che le legislazioni nazionali sono così diverse: l’importante è aver dato delle linee guida da seguire e sta poi ai Paesi applicarle.

“La mia priorità e quella della Commissione Europea è quella di progettare una politica europea di interesse per i consumatori” ha detto Mimica spiegando che la politica dei consumatori “è una materia trasversale, che tocca molti settori”. Quello di cui si occuperà il Commissario, che è stato eletto il 1° luglio scorso e che ha davanti a sé soltanto pochi mesi, è lavorare assieme al Parlamento e al Consiglio Ue affinché i tre pacchetti attualmente in esame – sulla sicurezza dei consumatori, sui dispositivi medici e sull’accesso e la trasparenza dei conti bancari – siano adottati prima della fine del mandato dell’Europarlamento”. E’ importante poi che le norme Ue siano recepite dagli Stati membri “nella maniera migliore e più breve possibile” e che la loro applicazione faccia in modo che “i consumatori abbiano in tutta l’Ue gli stessi diritti e gli stessi livelli di protezione”.

Se dal punto di vista dei diritti e della sicurezza del consumatore si sono fatti molti passi avanti, ma con un approccio passivo, il neo Commissario vorrebbe stimolare un’azione attiva che opunti ad una maggiore consapevolezza e informazione dei consumatori. In questa direzione va l’azione delle Associazioni dei consumatori Mimica ha affrontato anche un argomento caro alle associazioni dei consumatori che devono essere in grado di dialogare e di comunicare ai cittadini le loro azioni. Purtroppo il problema è sempre quello delle risorse che sono poche, ma Mimica si è detto “favorevole ad un sistema di finanziamento attraverso un fondo alimentato dalle società” visto che il sistema attuale non è abbastanza efficace per “avere un ruolo nella negoziazione”. Sulla frammentazione del mondo associativo, Mimica si è espresso auspicando un ridimensionamento ma ha dato atto della positività dell’esperienza di Consumers’Forum: “Il dialogo è la chiave di volta”.

A sottolineare il ruolo importante della negoziazione è stata anche Reine Claude Mader, membro del Comitato europeo economico e sociale (CESE) che ha preso parte alla tavola rotonda. Secondo Mader le Associazioni dei consumatori “devono essere indipendenti come i sindacati ed essere in grado di diventare dei veri e propri gruppi di pressione affinché la loro azione sia davvero incisiva”. Al centro di tutto deve esserci il dialogo con i poteri pubblici, con le amministrazioni e con i capi d’impresa. Le Associazioni dei consumatori devono continuare a proteggere il cittadino, anche perché è vero che “oggi sono sempre di più i consumatori che scelgono cosa acquistare e cosa no, ma è anche vero che ci sono tanti cittadini che questa scelta non ce l’hanno”.  Sono i cosiddetti nuovi poveri, verso cui l’Europa è responsabile perché “non bisogna agire solo sul piano giuridico, ma anche e soprattutto su quello sociale”.

di Antonella Giordano

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