Corte Costituzionale: la legge 104 va riconosciuta anche alle coppie more uxorio

Con la sentenza del 23 settembre n.213, la Corte costituzionale interviene sui permessi della legge 104/1992 relativi all’assistenza alle persone disabili colmando lo spazio lasciato ancora vuoto dalla politica. La Corte ha infatti stabilito la cessazione della discriminazione in relazione allo status di persona non sposata. L’articolo 33 della legge 104 limitava la fruizione dei permessi mensili ai coniugi, parenti o affini entro il secondo grado. Non era prevista la concessione dei permessi al “convivente more uxorio”. In relazione alla vicenda di un paziente disabile, portatore di una grave forma di morbo di Parkinson, il convivente si è visto rifiutare la concessione dei permessi perché non legato dal vincolo matrimoniale alla persona da assistere.

La Consulta ha dichiarato illegittima costituzionalmente la norma “nella parte in cui non include il convivente tra i soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito per l’assistenza alla persona con handicap in situazione di gravità, in alternativa al coniuge, parente o affine entro il secondo grado”.

La motivazione dei giudici costituzionali è ineccepibile: il diritto della persona disabile non sposata verrebbe ad essere irragionevolmente compromesso, non in ragione di una obiettiva carenza di soggetti portatori di un rapporto qualificato sul piano affettivo, ma in funzione di un dato normativo rappresentato dal mero rapporto di parentela o di coniugio.

Le convivenze assumono, così, i diritti attribuiti ai coniugi. La sentenza rappresenta, in tal senso, un grande passo avanti nella tutela del diritto alla salute dei disabili non sposati. Il diritto alla salute psico-fisica del disabile deve essere tutelato ai sensi dell’articolo 32 della Costituzione. E’ un diritto inviolabile riconosciuto a chiunque e la Carta costituzionale prevede che tale diritto venga garantito all’uomo sia come “singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”.

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