TopNews. Amnesty: “Degrado della democrazia e dei diritti umani”

I diritti umani hanno un viso dolorante. Hanno lo sguardo di Monica Benicio, la compagna di Marielle Franco, attivista per i diritti umani assassinata in Brasile,  a Roma per parlare di quella barbarie. Hanno gli occhi della sorella di Daphne Caruana Galizia, giornalista uccisa a Malta, protagonista di un video di denuncia. Hanno il volto di tutti coloro che vedono il rispetto dei diritti umani come un miraggio lontano, negato sempre più spesso in tutto il mondo da politiche oppressive e repressive, xenofobe e razziste.  Politiche che considerano i diritti umani come un privilegio per pochi, da meritare, invece che di un diritto che come tale è di tutti o di nessuno.

E così oggi, in occasione dei settanta anni della Dichiarazione universale dei diritti umani, il primo testo globale sui diritti adottato dalle Nazioni Unite nel 1948, Amnesty International ha presentato a Roma “La situazione dei diritti umani nel mondo”, un focus sul 2018 e sulle prospettive per il 2019. Rispetto a quella data fondamentale, sottolinea l’associazione, c’è una inversione di tendenza che porta a negare diritti a minoranze etniche, migranti, donne. “C’è una moltiplicazione di paesi – denuncia il direttore generale di Amnesty Italia Gianni Rufini – che hanno adottato politiche restrittive delle libertà personali, leader politici che affermano politiche liberticide e discriminatorie. Essere migranti, rom, lgbti, poveri, donne, espone a violazione dei diritti”. Si assiste, denuncia Amnesty, a un “degrado della democrazia e dei diritti umani”. Una responsabilità forte l’hanno i politici: l’associazione denuncia infatti l’azione di leader che si definiscono “duri” e che promuovono in tutto il mondo politiche misogine, xenofobe, omofobe. Politiche che mettono in pericolo libertà e diritti conquistati nel tempo.

Il 2018, evidenzia Amnesty, è caratterizzato dall’attivismo delle donne. È stato un anno di fiere battaglie per i diritti delle donne contro politiche oppressive e sessiste. “Il crescente potere della voce delle donne non dev’essere sottovalutato”, si legge nel rapporto, che sottolinea come si siano sviluppate in tutto il mondo movimenti di massa sui diritti delle donne di una dimensione mai vista in passato. Anche perché si assiste a un crescente numero di politiche e legislazioni che intendono sottomettere e controllare le donne, soprattutto nella sfera dei diritti sessuali e riproduttivi. I numeri dicono che ancora nel 2018 ci sono in tutto il mondo 225 milioni di donne che non hanno accesso a contraccettivi di ultima generazione e che il 40% delle donne in età fertile vive in paesi in cui l’aborto è soggetto a gravi restrizioni. In 104 paesi ci sono leggi che impediscono alle donne di svolgere determinate professioni. Il 60% delle lavoratrici, pari a 750 milioni di donne nel mondo, non beneficia del diritto sancito dalle legge al congedo di maternità. 23 paesi su 31 in Europa non riconoscono che un rapporto sessuali senza consenso equivale a uno stupro. C’è ancora tanto da fare sul fronte della rappresentanza politica: solo il 17% di tutti i capi di stato e di governo sono donne, solo il 23% dei parlamentari.

I diritti hanno, oggi più che mai, il volto delle donne che si battono in difesa dei diritti umani. L’anno prossimo ci sarà il quarantesimo anniversario della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne. “Sarà un’occasione fondamentale – dice Amnesty – che il mondo non potrà permettersi di trascurare”.

Amnesty ha affrontato anche il tema dei diritti umani in Italia. Si è diffusa l’idea, denuncia il presidente di Amnesty Italia Antonio Marchesi, che i diritti umani non siano diffusi e di tutti ma “privilegi da meritare”, uno “stravolgimento completo” della nozione di diritti umani che “o sono di tutti o di nessuno”. Il 2018, si legge nel report di Amnesty, “si è contraddistinto come “l’anno della Diciotti”, la nave della guardia costiera italiana cui è stato impedito per giorni di sbarcare in Italia con le persone soccorse in mare. “Oltre a violare la proibizione di detenzione arbitraria ai danni di 177 persone, – prosegue il rapporto – l’incidente della Diciotti ad agosto ha rappresentato il culmine della politica dei “porti chiusi”, che il governo ha attuato senza averla deliberata né formalmente comunicata alle autorità competenti e senza riguardo né per la salute e la sicurezza delle persone coinvolte, né per i propri obblighi internazionali”. È stata, spiega Marchesi, la “spettacolarizzazione a scopi propagandistici della politica no sbarchi”. Dove “la parte dei cattivi è stata assegnata alle Ong”.

La strategia fatta di collaborazione con la Libia – iniziata già nel 2008 e poi ripresa dal 2016 quando l’Italia ha investito sempre di più nella capacità della Libia di intercettare le navi dei migranti e riportarle indietro – di “porti chiusi” e attacco alle Ong ha portato alla riduzione degli sbarchi, che da luglio 2017 sono calati da oltre 182 mila ai 42.700 registrati da agosto 2017 a luglio 2018, ma a un carissimo prezzo: l’aumento spaventoso del tasso di mortalità in mare e l’aumento dei detenuti in Libia. Si legge nel rapporto di Amnesty: “Le conseguenze della politica dei “porti chiusi” e della complementare strategia di criminalizzazione e denigrazione delle Ong, sono ormai evidenti: con l’annichilimento delle flotte non governative votate al soccorso in mare, nei mesi estivi si è registrato uno spaventoso aumento del tasso di mortalità in mare, che ha addirittura superato il 20 per cento a settembre,  oltre che delle persone trattenute arbitrariamente nei centri di detenzione in Libia, passate dalle 4.400 di marzo alle 10.000 di agosto”.

Nel mirino di Amnesty ci sono la “gestione repressiva del fenomeno migratorio”, il decreto sicurezza e immigrazione – le cui misure “erodono gravemente i diritti umani di richiedenti asilo e migranti e avranno l’effetto di fare aumentare il numero di persone in stato di irregolarità presenti in Italia, esponendoli ad abusi e sfruttamento” – il linguaggio razzista e xenofobo e i discorsi d’odio in campagna elettorale, la fornitura di armi ai paesi in guerra, la sperimentazione dei taser, le pistole a impulsi elettrici in dotazione alle forze di polizia, gli sgomberi forzati dei rom, le attività della polizia. A novembre Amnesty Italia ha avviato una campagna per introdurre i codici identificativi per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico. Strumento che permetterebbe di risalire, con un codice su caschi e divise, all’identità degli agenti che si rendano responsabili di un uso sproporzionato della forza e di violazioni dei diritti umani.

 

@sabrybergamini

 

Notizia pubblicata il 10/12/2018 ore 17.36

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