Italia 2017, Censis: il blocco della mobilità sociale crea rancore

La ripresa c’è ma cresce l’Italia del rancore. Gli indicatori economici raccontano di un’Italia che sta risalendo, ma nella società e nelle classi sociali le differenze sono grandi e non tutti hanno agganciato la ripresa. “Il blocco della mobilità sociale crea rancore”. Gli italiani sono in gran parte convinti che sia difficile l’ascesa sociale e che sia invece facilissimo cadere in basso. Tanto che “la paura del declassamento è il nuovo fantasma sociale”. E in questo contesto, si ha paura delle differenze. Il quadro che emerge dal rapporto sulla situazione sociale del paese diffuso oggi dal Censis descrive l’identità di un’Italia dalle mille sfaccettature.

Sul piano dei consumi, ad esempio, il vento è cambiato: dal “severo scrutinio dei consumi” degli anni scorsi si è passati al “primato dello stile di vita e del benessere soggettivo”, a un “coccolarsi di massa” che si traduce in una ripresa delle spese per la ristorazione, per la cultura, per il benessere, per parrucchieri e cosmetici, per il tempo libero, per le vacanze. Tutto questo però in un contesto in cui “non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica”. Da qui il rancore di chi è rimasto indietro.

I dati del Censis sono molteplici e analizzano aspetti diversi dello Stato del paese. Interessante è ad esempio il quadro sui consumi e sul benessere soggettivo declinati attraverso il digitale, il  low cost ma anche attraverso l’economia dei contanti e del nero. Gli italiani, racconta il Censis, “vivono un quieto andare nella ripresa dopo i duri anni del «taglia e sopravvivi»”. Così fra il 2013 e il 2016 la spesa per i consumi delle famiglie è cresciuta complessivamente di 42,4 miliardi di euro (+4% in termini reali nei tre anni), segnando la risalita dopo il tonfo. “Non sono soldi aggiuntivi per tornare sui passi dei consumi perduti, ma servono per accedere qui e ora a una buona qualità quotidiana della vita – spiega il Censis –  Nell’ultimo anno gli italiani hanno speso 80 miliardi di euro per la ristorazione (+5% nel biennio 2014-2016), 29 miliardi per la cultura e il loisir (+3,8%), 25,1 miliardi per la cura e il benessere soggettivo (parrucchieri 11,3 miliardi, prodotti cosmetici 11,2 miliardi, trattamenti di bellezza 2,5 miliardi), 25 miliardi per alberghi (+7,2%), 6,4 miliardi per pacchetti vacanze (+10,2%). Dopo gli anni del severo scrutinio dei consumi, torna il primato dello stile di vita e del benessere soggettivo, dall’estetica al tempo libero. La somma delle piccole cose che contano genera la felicità quotidiana: è un coccolarsi di massa”.

E così c’è una generale soddisfazione per la propria vita – il 78,2% degli italiani si dichiara molto o abbastanza soddisfatto della vita che conduce. E c’è la disponibilità a spendere di più per stare bene nel quotidiano. Il 45,4% degli italiani è pronto a spendere un po’ di più per poter fare almeno una vacanza all’anno, il 40,8% per acquistare prodotti alimentari di qualità (Dop, Igp, tipici), il 32,3% per mangiare in ristoranti e trattorie, il 24,7% per comprare abiti e accessori a cui tiene, il 17,4% per il nuovo smartphone, il 16,9% per mostre, cinema, teatro, spettacoli, il 15,2% per attività sportive, il 12,5% per abbonamenti pay tv o a piattaforme web di intrattenimento. Come viene pagata questa felicità soggettiva quotidiana? “Digitale, low cost e anche tramite le rotte cash del neo-sommerso: nell’ultimo anno 28,5 milioni di italiani hanno acquistato in nero almeno un servizio o un prodotto”, evidenzia il Censis.

Le famiglie hanno destinato ai servizi culturali e ricreativi una spesa crescente, con un aumento del 12,5% fra il 2007 e il 2016, contro la flessione che si registra nel Regno Unito, in Germania, in Spagna, mentre la Francia si ferma a più 7,7%. Cultura e intrattenimento vanno su, come pure è un boom per l’acquisto di tecnologia, su tutto lo smartphone. I dati del Censis: nell’ultimo anno il 52,2% degli italiani (29,9 milioni) è andato al cinema: +5,1% in un anno e +6,7% di biglietti venduti. Gli italiani visitatori di musei e mostre (il 31,1% della popolazione: 17,8 milioni) sono aumentati del 4,1% e gli ingressi del 6,4%. Si segnala poi il boom di acquisti di device digitali: smartphone +190% nel periodo 2007-2016, personal computer +45,8%. Gli utenti di internet che guardano film online sono aumentati dal 19,5% del 2015 al 24% nel 2017 (il 47,4% tra gli under 30). E l’11,1% degli italiani (il 20,6% degli under 30) utilizza piattaforme digitali per lo streaming on demand.

C’è in tutto questo, però, anche “l’Italia dei rancori”. È quella che non ha agganciato la ripresa, quella bloccata nell’ascensore sociale e convinta che sia invece facilissimo cadere in basso, quella che ha paura delle differenze – dei migranti ma anche di chi non è allo stesso livello sociale. “Non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore – spiega il Censis – L’87,3% degli italiani appartenenti al ceto popolare pensa che sia difficile salire nella scala sociale, come l’83,5% del ceto medio e anche il 71,4% del ceto benestante. Pensano che al contrario sia facile scivolare in basso nella scala sociale il 71,5% del ceto popolare, il 65,4% del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti”.

Se l’ascensore sociale non funziona, si teme anche si scendere più in basso. “La paura del declassamento è il nuovo fantasma sociale – prosegue il Censis – Ed è una componente costitutiva della psicologia dei millennials: l’87,3% di loro pensa che sia molto difficile l’ascesa sociale e il 69,3% che al contrario sia molto facile il capitombolo in basso. Allora si rimarcano le distanze dagli altri: il 66,2% dei genitori italiani si dice contrario all’eventualità che la propria figlia sposi una persona di religione islamica, il 48,1% una più anziana di vent’anni, il 42,4% una dello stesso sesso, il 41,4% un immigrato, il 27,2% un asiatico, il 26,8% una persona che ha già figli, il 26% una con un livello di istruzione inferiore, il 25,6% una di origine africana, il 14,1% una con una condizione economica più bassa”. In tutto questo l’immigrazione “evoca sentimenti negativi nel 59% degli italiani, con valori più alti quando si scende nella scala sociale: il 72% tra le casalinghe, il 71% tra i disoccupati, il 63% tra gli operai”.

Considerato tale quadro, non rappresenta di certo una novità la sfiducia e l’insoddisfazione dimostrata dagli italiani nei confronti delle istituzioni tutte. L’onda di sfiducia che ha investito politica e istituzioni “non perdona nessuno”. E così l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che la voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici. E naturalmente più si sta peggio, più si è sensibili a certi messaggi. “Non sorprende – dice il Censis – che i gruppi sociali più destrutturati dalla crisi, dalla rivoluzione tecnologica e dai processi della globalizzazione siano anche i più sensibili alle sirene del populismo e del sovranismo. L’astioso impoverimento del linguaggio rivela non solo il rigetto del ceto dirigente, ma anche la richiesta di attenzione da parte di soggetti che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica”.

 

Notizia pubblicata il 01/12/2017 ore 17.14

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