Millennials, studio Usa: dipendenza da lavoro per sei su dieci

L’equilibrio fra lavoro e tempo libero è saltato. La tecnologia arriva ovunque, anche in vacanza. E allora i giovani finiscono per essere sempre connessi, per lavorare sempre, perfino in bagno – lo fanno tre nativi digitali su dieci. È la sindrome da dipendenza dal lavoro, in inglese workaholism, compulsione o necessità di lavorare senza sosta, che colpisce oltre sei millennials su dieci. A dirlo uno studio americano pubblicato su Forbes secondo cui il 66% dei nativi digitali ha ammesso di sentirsi affetto da workaholism.

Tecnologia, social network, dilatarsi del tempo dedicato al lavoro, assottigliarsi del tempo libero sono temi sempre più critici soprattutto per i millennials e i nativi digitali. Secondo lo studio made in Usa, il 63% dei millennials ha rivelato di essere produttivo anche in malattia, il 32% di lavorare addirittura in bagno e il 70% di rimanere attivo nel weekend. E ancora, secondo un sondaggio pubblicato sul Washington Examiner, il 39% dei nativi digitali sarebbe disposto a lavorare perfino in vacanza.

Tutto questo non fa bene alla salute. La dipendenza da lavoro fa stare male, in una gamma di sintomi che variano dall’ansia all’insonnia alla depressione. Ci sono problemi alla vista, conseguenze negative sui rapporti familiari e sulle amicizie, addirittura un aumento del rischio di divorzio. Secondo uno studio condotto dalla dott.ssa Cecilie Andreassen, professoressa di psicologia all’Università di Bergen, e pubblicato su Psychology Today, i sintomi più comuni derivati dalla dipendenza dal lavoro sono depressione, ansia, insonnia e aumento di peso. Pensiero condiviso anche dalla psicoterapeuta Amy Morin, che nel suo bestseller internazionale “13 Things Mentally Strong People Don’t Do” ha evidenziato come il 42% dei millennials che lavorano intensamente più di 9 ore al giorno e rimangono costantemente attaccati allo schermo del pc hanno avuto riscontri negativi sulla propria salute mentale, andando a peggiorare le relazioni sociali con amici, parenti e il proprio partner

Ma quali sono le principali motivazioni che spingono sempre più giovani a lasciarsi catturare dal workaholism? “La pressione del capo, la paura di non riuscire a fare carriera, il forte desiderio di avere successo dal punto di vista professionale e quindi lavorare sodo per sfondare. Sono numerosi gli stimoli che possono impattare sulla scarsa capacità di mettere un limite ordinato alla propria esistenza – spiega Marina Osnaghi, Master Certified Coach in Italia  – La generazione dei millennials dimostra molta più preoccupazione verso il futuro rispetto alla precedente, soprattutto a causa della ricerca dell’indipendenza economica, del desiderio di una famiglia da formare e poi mantenere, e dell’ansia di dover essere più bravi degli altri. Ne consegue che le abitudini di lavoro sono diventate una gabbia in cui perdersi e i confini etici che proteggono la vita privata sono andati via via affievolendosi”.  

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