Obiettivo Sostenibilità. Lavoro e violenza punti critici per l’empowerment femminile

La parità di genere non è un semplice obiettivo né una materia: investe l’intera umanità, le relazioni tra uomini e donne, il rapporto con le future generazioni, le risorse e la crescita demografica. È una parte fondante del nuovo approccio trasversale per lo sviluppo sostenibile, cosicché le donne e le politiche di genere sono determinanti su tutti i fronti: nelle scelte alimentari e nell’educazione ad una corretta alimentazione, nella riduzione e nella gestione dei rifiuti domestici, nel lavoro, nella formazione, nella gestione delle risorse economiche, nell’utilizzo delle nuove tecnologie.

Il Goal 5 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, quindi, è strettamente collegato a tutti gli altri obiettivi e non può esaurire tutte le problematiche di genere.

Le donne sono la chiave per lo sviluppo sostenibile anche nel nostro Paese: ad esempio, per il contributo che possono dare per porre fine alla povertà (Goal 1), per raggiungere la sicurezza alimentare e un’agricoltura sostenibile (Goal 2), per assicurare salute e benessere per tutti/e (Goal 3), per assicurare le stesse opportunità nell’istruzione (Goal 4).

Qual è dunque la situazione dell’Italia rispetto all’Obiettivo 5? Secondo l’analisi fornita da AsVis nel suo ultimo Rapporto, cresce il numero di donne che svolge un ruolo attivo nella vita politica, sociale ed economica del Paese ma il 30% delle madri che hanno un impiego lo lascia alla nascita del figlio.

E proprio il lavoro è il punto più dolente della condizione femminile in Italia. Il tasso di occupazione è tra i più bassi in Europa, (per le età comprese tra i 20-64 anni è pari al 51,6% rispetto a una media Ue del 65,3%), con una forte disparità territoriale e di età. A parità di mansioni, le donne percepiscono stipendi significativamente inferiori.

Per ciò che concerne l’eliminazione della violenza contro le donne (Target 5.2) i dati indicano la stabilità di femminicidi e stupri, ma aumenta la gravità degli abusi. A tale proposito il Governo ha portato la dotazione per il “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere” a 10 milioni di euro annui per il triennio 2017-2019.

A livello normativo, nel corso dell’ultimo anno ci sono state alcune novità positive. La regolamentazione delle unioni civili e delle convivenze (Legge n. 76/2016), la dichiarazione d’illegittimità costituzionale della norma implicita che obbliga l’imposizione del solo cognome paterno e la Legge n. 71/2017 relativa alla prevenzione e al contrasto del fenomeno del cyber bullismo, mentre è bloccato in Senato il Ddl per la tutela degli orfani di femminicidio.

Per assicurare una piena ed effettiva partecipazione e pari opportunità di leadership a tutti i livelli (Target 5.5) negli ultimi anni sono stati raggiunti alcuni risultati positivi sulla rappresentanza a livello locale, anche se permangono squilibri di genere in molte giunte comunali, con solo il 18% di consigliere nelle ultime elezioni del 2015. Nell’attuale Governo le titolari di dicasteri sono scese al 27,78%, nel precedente erano il 50%, le viceministre sono il 14,29% , mentre tra i sottosegretari il 31,43% è donna. Se le deputate sono il 31% del totale, solo il 19% degli incarichi di peso è assegnato a donne.

La quota delle consigliere nei cda delle imprese quotate in Borsa e a partecipazione pubblica è aumentata grazie alla Legge 120/2011 dal 4,5% del 2004 al 30,3% del 2016, portando l’Italia sopra la media europea. Per quanto riguarda la partecipazione delle donne alla vita economica, pesano la carenza dei servizi sociali, soprattutto nel Mezzogiorno, ed un insufficiente sostegno alla maternità e paternità: il 30% delle madri che hanno un lavoro lo interrompe alla nascita del figlio.

Per ciò che concerne la salute sessuale e riproduttiva delle donne e i diritti riproduttivi (Target 5.6) l’Italia è uno dei fanalini di coda dell’Europa, attestandosi di 18 punti sotto la media europea per l’uso di anticoncezionali moderni. Solo il 17,6% delle donne usa la pillola contraccettiva, contro una media europea del 21,3%. I servizi per assicurare il rispetto della interruzione volontaria della gravidanza prevista dalla Legge 194/78 sono molto carenti in alcune Regioni, soprattutto del Sud, a causa dell’obiezione di coscienza del personale medico e paramedico, sulla quale l’Italia è stata richiamata due volte dal Comitato Europeo per i Diritti Sociali e recentemente dal Comitato Cedaw.

@ELeoparco

 

Notizia pubblicata il 06/10/2017 ore 17.31

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