Giornata mondiale rifugiato, Italia: integrazione non confortante

“Una sola famiglia distrutta dalla guerra è già troppo”. È il tema centrale che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha scelto per celebrare in Italia l’odierna Giornata mondiale del rifugiato, che intende far riflettere sulle difficili scelte che è costretto a fare chi fugge dal proprio paese in cerca di protezione: rimanere e rischiare la vita in una zona di guerra o abbandonare i propri cari? Rimanere ed essere costretti a combattere o rischiare la vita durante la fuga? Restare sotto le bombe, o scappare rischiando violenze e torture? Nessuno sceglie di diventare rifugiato, ricorda l’UNHCR, mentre uno studio recente del Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) evidenzia che in Italia il livello di integrazione dei rifugiati non è affatto confortante.

A livello internazionale, il rapporto annuale UNHCR di due giorni fa evidenzia che il 2011 ha fatto registrare un triste record relativo alle persone fuggite dal proprio paese: il numero di persone diventate rifugiate lo scorso anno è stato infatti il più alto dal 2000. Le migrazioni forzate sono provocate da una serie di gravi crisi umanitarie, a partire da quelle iniziate alla fine del 2010 in Costa d’Avorio e seguite da quelle in Libia, Somalia, Sudan e in altri paesi. Complessivamente, spiega l’UNHCR,  4,3 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie aree d’origine, 800.000 delle quali attraversando il confine dei propri stati e diventando rifugiati.

L’evoluzione decennale del fenomeno dice che le migrazione forzate colpiscono numeri sempre maggiori di persone a livello internazionali, con cifre che superano i 42 milioni di persone in ognuno degli ultimi 5 anni. Spesso i rifugiati rimangono per anni bloccati in un campo profughi o in condizioni precarie nelle città: dei 10,4 milioni di rifugiati che rientrano nel mandato dell’UNHCR, quasi i tre quarti (7,1 milioni) si trovano in esilio protratto da almeno 5 anni, in attesa di una soluzione alla loro condizione. Questa la situazione internazione. Accendendo i riflettori sull’Italia, i dati parlano di circa 58 mila rifugiati, un numero contenuto rispetto ad altri paesi dell’Unione europea – in Italia si conta meno di un rifugiato ogni mille abitanti, questo numero sale invece a 3 o 4 ogni mille in Francia, Paesi Bassi e Regno Unito, oltre 7 in Germania, oltre 9 in Svezia. Nel 2011 in Italia sono state presentate poco più di 34 mila domande di asilo, un aumento legato agli effetti della Primavera araba e della guerra in Libia.

Ma il livello di integrazione dei rifugiati in Italia non è confortante, secondo la fotografia scattata dalla ricerca “Le strade dell’Integrazione”, presentata ieri a Roma dal Consiglio Italiano per i Rifugiati. Lo studio si è concentrato su un target di persone in protezione internazionale presenti in Italia da almeno tre anni nei territori di Torino, Bologna, Roma, Caserta, Lecce, Badolato e Catania.

Sul fronte lavorativo, emerge che il 44,6% degli intervistati è disoccupato, il 4% non risponde, e solo il 51,4 % risponde che ha un’occupazione. Le occupazioni molto spesso non sono in linea con quella che è la pregressa esperienza personale dei rifugiati: tra i 18 laureati che hanno risposto al questionario, c’è chi fa il bracciante agricolo, chi il custode, chi distribuisce giornali, chi è muratore alcuni fanno anche gli interpreti o i mediatori, mentre solo uno fa il pediatra. Il 75%  si dice soddisfatto del lavoro che svolge, ma con motivazioni che fanno riflettere: “perché mi consente di vivere” (27%), “perché non c’è altro” (18%), “perché mi permette di mantenere la famiglia” (16%), “perché mi permette una vita dignitosa” (9%). Ben il 22% degli intervistati lavora in nero. Una percentuale rilevante di rifugiati non ha una situazione abitativa autonoma e dignitosa. Il 26% condivide casa con degli amici, il 22% con altre persone, solo il 10% vive da solo e il 21,5% con il proprio nucleo familiare. Il 18% vive invece in altre condizioni: occupazioni, presso il datore di lavoro, in centri di accoglienza.

Ha detto Christopher Hein, direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati: “Le evidenze raccolte nella ricerca ci parlano di un sistema che ha ancora molto da costruire prima di dirsi completo. Nonostante gli sforzi degli ultimi anni, anche grazie al Fondo Europeo, non abbiamo ancora un vero programma nazionale di integrazione. Molto spesso i rifugiati escono dai centri di prima accoglienza senza avere possibilità di accesso a percorsi di integrazione e molti percepiscono un vuoto e un’assenza di opportunità. Nella ricerca abbiamo intervistato anche rifugiati con storie fortunate, è vero. Sono quelli che hanno avuto un graduale e accompagnato percorso verso l’autonomia, che hanno potuto studiare, formarsi e poi introdursi al lavoro”.

Sostiene ancora Hein: “Dobbiamo introdurre un programma nazionale per l’integrazione anche in chiave di efficienza economica. Siamo convinti che allo Stato Italiano una procedura d’asilo più snella, tempi più brevi per tutti gli iter burocratici e di conseguenza una durata più breve dell’accoglienza porterebbe a un’economia di spesa che potrebbe essere investita proprio per sviluppare un programma di integrazione. Anche perché la presenza numerica  assolutamente esigua di rifugiati in Italia permetterebbe risposte articolate e investimenti reali. Non dobbiamo infatti dimenticare che i rifugiati si trovano per l’80%  nel Sud del Mondo, da noi ne arrivano numeri veramente ridotti”.

Per quelli che arrivano dalla Libia, Amnesty International ha diffuso un appello al Governo italiano relativo proprio alla cooperazione con la Libia sul controllo dell’immigrazione. Amnesty è infatti preoccupata per la ripresa della cooperazione bilaterale tra Italia e Libia, sulla base dell’accordo firmato il 3 aprile a Tripoli dai ministri dell’Interno dei due paesi. Spiega Amnesty: “L’accordo del 3 aprile è stato sottoscritto nonostante le numerose denunce sulle violazioni in Libia dei diritti umani di migranti, rifugiati e richiedenti asilo e l’assenza in quel paese di meccanismi per determinare lo status di rifugiato”.

I contenuti dell’accorso sono stati rivelati da un articolo de La Stampa. L’associazione è preoccupata per la difesa dei diritti umani e sollecita quindi il Governo italiano “a garantire che la cooperazione bilaterale con la Libia in materia di controllo dell’immigrazione non causi, direttamente o indirettamente, violazioni dei diritti umani di migranti, richiedenti asilo e rifugiati e non ne tragga beneficio”. Di più: Amnesty chiede di mettere di parte ogni accordo esistente con la Libia in materia di controllo dell’immigrazione, e di avviare negoziati, solo quando il paese avrà dimostrato di rispettare e proteggere i diritti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati.

 

a cura di Sabrina Bergamini

twitter @sabrybergamini

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