Rapporto Bes, a che punto è il benessere degli italiani?

Quanto sono felici gli italiani? Se ci riferiamo al concetto filosofico di felicità non troveremo mai una risposta, ma se consideriamo la qualità della vita possiamo provare a misurarla. E come la misuriamo? Non certo con dati meramente economici perché, si sa, “i soldi non fanno la felicità”. E allora il benessere di un Paese non può essere misurato soltanto con il Pil, ma vanno prese in considerazione tante altre dimensioni che concorrono a migliorare (o peggiorare) la qualità della vita. E’ questo il succo del Rapporto Bes, sul Benessere Equo e Sostenibile, realizzato da Istat e Cnel e presentato oggi a Roma.

bes2L’obiettivo del Rapporto Bes, che quest’anno è alla sua seconda edizione, è quello di andare al di là del Pil che, ormai lo sostengono in tanti, non comprende tutte le attività che concorrono alla vita di un Paese, anzi ne lascia fuori tante. Recente è la proposta di inserire nel calcolo del Pil anche le attività illegali, proprio per avere un quadro quanto più completo possibile dell’economia di uno Stato. Ma se questa proposta può essere utile su un piano puramente metodologico, non lo è sul piano della qualità della vita. Ne è convinto il Presidente del Cnel Antonio Marzano che ha introdotto i lavori di presentazione del Rapporto Bes.
Marzano ha parlato della necessità di una rivoluzione metodologica per la politica economica: in un mondo in cui ormai c’è incertezza su tutti i fronti, non possiamo sottovalutare l’importanza di una politica di welfare che garantisca alcuni standard minimi di certezza. Una misura che va in questa direzione potrebbe essere quella del reddito minimo garantito, per dirne una.
Cosa ne pensa il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan? Il Ministro è convinto che “quando si parla di benessere, per definizione si parla di una sfera multidimensionale” che quindi coinvolge tanti aspetti della vita di un Paese. Non a caso “una delle prime risposte allo scoppio della grande crisi finanziaria, da cui probabilmente non siamo ancora usciti, è stata l’idea dell’allora Presidente francese Nicolas Sarkozy di riunire un gruppo di studiosi dell’Ocse per trovare le soluzioni giuste”. “E l’Ocse ha fornito quegli input positivi, cui il Rapporto Bes si ispira”. Il problema è proprio riuscire a conciliare questi input con la politica economica.
“La grande crisi ha inciso profondamente sul tessuto economico e sociale dell’Italia – ha detto Padoan – e il nostro Paese ha di fronte una doppia sfida: uscire dai due anni di recessione e superare gli impedimenti alla crescita che ci sono da almeno due decenni”. E da dove può venire la crescita soprattutto per un Paese come l’Italia che è fermo da diversi anni? “La crescita deve venire dalle riforme strutturali – ha sottolineato il Ministro – che permettano finalmente di rafforzare quelle potenzialità che sono bloccate. Abbiamo bisogno di un Pil più dinamico, ma a me serve arrivarci con le riforme” in grado di realizzare tutti questi input positivi.
Il Rapporto Bes, definito dal Ministro una best practice italiana, verrà tenuto in considerazione proprio perché contiene quegli elementi, alcuni di miglioramento altri di peggioramento, che ci spiegano meglio in che direzione sta andando il Paese. Basato sull’analisi dei 12 domini del benessere in Italia, attraverso 134 indicatori, il Rapporto ci dice, ad esempio, che gli italiani stanno meglio in termini di salute fisica (e vivono anche più a lungo), ma si riduce il benessere psicologico, che peggiora soprattutto tra i giovani uomini.
Tra il 2011 e il 2013 migliorano quasi tutti gli indicatori sulla formazione (anche se lentamente), ma aumentano i Neet ovvero i ragazzi che non studiano e non lavorano, soprattutto al Sud.
Tra il 2004 e il 2007 il benessere del Paese era su livelli complessivamente positivi. Tra il 2008 e il 2009 abbiamo subito gli effetti della crisi. Tra il 2010 e il 2011 abbiamo vissuto una piccola ripresa che non ha tenuto nel 2012. Nel 2013, invece, abbiamo avuto segnali positivi nell’analisi a breve termine delle condizioni del benessere.
Ma il vero problema è il lavoro e la sua incertezza, che si proietta soprattutto sulle vite dei nostri figli e dei nostri nipoti, in un contesto in cui ormai “l’ascensore sociale risulta bloccato”.
di Antonella Giordano
@Anto_Gior

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