Rapporto UNFPA: empowerment femminile passa dall’accesso a diritti riproduttivi

Povertà e disuguaglianza sono senza dubbio due aspetti legati l’uno a l’altro in una spirale discendente difficile da invertire e lo è ancor di più se ad esserne investite sono le categorie più deboli di una società, le donne ad esempio.

In questo caso, “la distanza tra “chi ha” e “chi non ha” si traduce molto spesso in un gap praticamente incolmabile tra “chi può” e “chi non può” che preclude in maniera definitiva l’accesso alla fruizione di diritti fondamentali per la persona”.

Lo ha ricordato molto bene questa mattina Mariarosa Cutillo, Chief of Strategic Partnership di UNFPA, alla presentazione mondiale del Rapporto 2017 sullo stato della popolazione nel mondo realizzato dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, organizzata con Aidos. Nel Rapporto “Mondi a parte”, si rimarca ancora una volta la grande disparità di distribuzione della ricchezza esistente nel mondo. Così, mentre alcune (poche) famiglie gestiscono bilanci miliardari, centinaia di milioni di altre famiglie riescono a malapena a sopravvivere con meno di un dollaro al giorno. Tra le persone maggiormente colpite dalla povertà ci sono donne e ragazze.

La diffusa disuguaglianza di genere si traduce facilmente in disparità nell’accesso alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi. L’intreccio con altre forme di disuguaglianza comporta che una donna povera e poco istruita che abita in una zona rurale difficilmente potrà prendere decisioni sulle sue gravidanze, completare un percorso di studi e inserirsi nel mercato del lavoro retribuito.

Quando milioni di donne lottano contro tali privazioni, i costi per le società e le economie nel loro complesso si moltiplicano a dismisura. Di fatto accade che ad una parte molto consistente della popolazione siano negati i diritti umani riducendo la possibilità di realizzare una società più stabile e un mondo più sostenibile.

“Il richiamo agli impegni che 198 paesi del mondo hanno preso con la firma dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile è quindi inevitabile”, aggiunge Cutillo, “Si tratta di obiettivi che non possono essere mancati e che richiedono un approccio trasversale ed integrato da parte di tutti, società civile e media inclusi”.

Nonostante gli sforzi profusi, a distanza di due anni dalla sottoscrizione dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile la situazione non è migliorata di molto. Secondo il World Economic Forum, infatti, in 68 paesi le disuguaglianze di genere sono aumentate: il 50% delle donne non viene pagato con regolarità per il lavoro che svolge e la percentuale cresce ancora di più se si tratta di madri. Sul fronte della salute riproduttiva, i numeri non sono affatto rassicuranti: 89 milioni di gravidanze nel mondo sono volute; nei paesi in via di sviluppo gli aborti sono circa 48 milioni; 9 gravidanze su 10 sono precoci.

Nell’ambito della cooperazione internazionale, l’Italia, in quanto paese firmatario dell’Agenda 2030, sta facendo la sua parte per risolvere il gender gap. “I progetti finanziati dal nostro Paese nelle aree in via di sviluppo sono molti”, ha ribadito il Ministro plenipotenziario, Luigi De Chiara, “Non possiamo restare a guardare. Non agire equivale a rinunciare al potenziale di sviluppo che può venire da una parte importante della popolazione. Questo è qualcosa che riguarda sia i paesi cosiddetti sviluppati, sia quelli in via di sviluppo”.

 

Notizia pubblicata il 17/10/2017 ore 17.45

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