Segui il filo, nuovo report di Abiti Puliti: chi produce davvero i nostri vestiti?

Bangladesh, 24 aprile 2013. Il crollo dell’edificio Rana Plaza uccide più di 1.100 lavoratori tessili e ne ferisce più di 2.000. Fu preceduto da due grossi incendi: uno divampato nella fabbrica Ali Enterprises in Pakistan e l’altro alla Tazreen Fashions in Bangladesh, che uccisero più di 350 persone e ne ferirono gravemente molte altre. Non potendo determinare quali aziende si rifornissero presso quelle fabbriche, i sostenitori dei diritti dei lavoratori dovettero andare alla ricerca di etichette tra le macerie ed intervistare i sopravvissuti per scoprire chi fossero i responsabili.A quattro anni di distanza da quella tragedia, sono ancora troppo poche le aziende del settore tessile, dell’abbigliamento e delle calzature che si sono unite alle iniziative per la trasparenza lanciata dalla coalizione di diversi gruppi di difesa dei diritti umani costituita da Campagna Abiti Puliti, Human Rights Watch, IndustriALL Global Union, International Corporate Accountability Roundtable, International Labor Rights Forum, International Trade Union Confederation, Maquila Solidarity Network, UNI Global Union e Worker Rights Consortium.

A metterlo in luce è il rapporto “Segui il filo: alla ricerca della trasparenza di filiera nell’industria dell’abbigliamento e delle calzature” che mostra come delle 72 aziende contattate dalla coalizione, solo 17 saranno perfettamente in linea con gli standard dell’iniziativa entro il 31 dicembre 2017.

Gli standard di molte altre aziende restano invece al di sotto: cinque hanno quasi raggiunto gli standard, 18 si stanno muovendo nella giusta direzione rivelando almeno i nomi e gli indirizzi delle fabbriche di confezionamento e sette stanno muovendo piccoli passi verso la pubblicazione di informazioni relative alla lor catena di fornitura – ad esempio, su una parte dei loro fornitori, o almeno i nomi in base ai Paesi, entro dicembre 2017.

Altre 25 aziende non pubblicano alcuna informazione sulla fabbriche che confezionano i loro prodotti. Queste aziende non hanno risposto oppure non si sono impegnate a pubblicare le informazioni richieste.

Il rapporto chiede nello specifico ai marchi di adottare l’”Iniziativa per la trasparenza nella catena di fornitura dell’abbigliamento e delle calzature”. Le aziende che vi aderiscono si impegnano a pubblicare informazioni che identifichino le fabbriche che realizzano i loro prodotti, rimuovendo un ostacolo fondamentale per sradicare pratiche di lavoro abusive e aiutando a prevenire disastri come quello del Rana Plaza.

Un livello minino di trasparenza nella catena di fornitura dell’industria tessile dovrebbe essere la norma nel 21° secolo” dichiara Aruna Kashyap, Senior Counsel della divisione diritti delle donne di Human Rights Watch. “Un atteggiamento di apertura rispetto ai propri fornitori è utile per i lavoratori, per i diritti umani e mostra la buona volontà delle aziende nel prevenire abusi lungo la catena di fornitura”.

Negli ultimi 10 anni il numero delle imprese del settore dell’abbigliamento che pubblicano sui loro siti internet informazioni riguardanti i fornitori è fortemente aumentato. Ad imboccare per primi la strada della trasparenza sono stati, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, alcuni grossi marchi di abbigliamento sportivo, Nike e Adidas, cha hanno reso noti i nomi e gli indirizzi delle fabbriche che producevano per le università americane. Successivamente, nel 2005, hanno reso noto l’elenco di tutte le aziende alle quali appaltavano la produzione dei loro prodotti.

Alla fine del 2016, almeno 29 marchi globali dell’abbigliamento avevano pubblicato alcune informazioni sulle fabbriche che confezionano i loro prodotti.

L’iniziativa per la trasparenza richiede ai marchi di pubblicare importanti informazioni sui fornitori e sui loro subfornitori autorizzati. Queste informazioni contribuiscono all’affermazione dei diritti dei lavoratori, allo sviluppo delle pratiche di business responsabile e di applicazione della due diligence sui diritti umani. Infine stimola la creazione di un clima di fiducia tra i vari attori così come previsto dai Principi Guida dell’ONU su imprese e diritti umani.

“Dopo il Rana Plaza e gli altri disastri, i gruppi in difesa dei diritti umani, i sindacati e alcune aziende e investitori hanno capito quanto la trasparenza sia importante per prevenire gli abusi ed assicurare responsabilità” dichiara Ben Vanpeperstraete, coordinatore delle attività di lobby e advocacy della Clean Clothes Campaign. “Le aziende devono mettere in pratica la trasparenza per dimostrare che rispettano i diritti umani e garantiscono condizioni di lavoro dignitose”.

 

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