Spostarsi in Europa, ecco il “Passaporto dei diritti”

Se un ragazzo italiano va a studiare in un altro Paese europeo ha diritto all’assistenza sanitaria? E se un lavoratore tedesco viene a lavorare per un periodo in Italia, a quali prestazioni ha diritto in caso di malattia? Sono solo due delle domande più frequenti che si pongono i cittadini europei quando si spostano in un altro Paese dell’UE per periodi più o meno lunghi. Alla facilità di movimento, infatti, non si accompagna la consapevolezza dei propri diritti. Sarebbe molto utile avere a portata di mano un “Passaporto dei diritti”. Lo ha realizzato l’Inca Cgil. Help Consumatori ha intervistato l’autore del libro (edito da Ediesse) Carlo Caldarini, dell’Osservatorio Inca Cgil per le politiche sociali in Europa.

Com’è nata l’idea di un “Passaporto dei diritti europei”?

Vorrei raccontare com’è nata l’idea del progetto che ha dato vita al libro “Passaporto dei diritti” pubblicato dall’Ediesse in italiano, inglese e francese. Tutto nasce dalla questione del diritto alla libera circolazione in Europa. Quando si è costituita l’Unione europea, nel 1956 (allora si chiamava CEE), vennero emanati tre regolamenti: il primo fu quello linguistico, che stabiliva le lingue ufficiali dell’UE; il secondo fu quello sui funzionari europei e il terzo regolamento fu quello che coordinava i regimi di sicurezza sociale, garantendo i diritti previdenziali ai lavoratori che si spostavano da un paese all’altro. Questo regolamento è ancora oggi una delle ragioni per cui stanno insieme i paesi europei, che da 6 sono diventati 27. La ragione di questo non era tanto funzionale al lavoratore, ma allo sviluppo del mercato unico. L’idea di base fu quella di garantire ad esempio ad un cittadino italiano, che lavorava in Italia e si spostava per un periodo in Germania, di non perdere i propri diritti acquisiti. Il regolamento si basa su 4 principi: l’uguaglianza di trattamento, la totalizzazione dei periodi assicurativi, l’esportazione delle prestazioni e l’unicità della legislazione applicabile. Queste regole sono il pilastro del funzionamento dell’UE e sono cambiate negli anni circa 600 volte. Un primo grande cambiamento c’è stato nel 1971, quando i regolamenti sono stati completamente riformati; un secondo nel 2010, quando sono entrati in vigore i nuovi regolamenti. I cambiamenti principali sono arrivati in seguito a sentenze della Corte di giustizia europea. Quindi, per la maggior parte, in seguito a dei contenziosi individuali che hanno poi fatto giurisprudenza, e sono quindi diventati diritti universali.

Si è trattato di cambiamenti migliorativi?

Generalmente sì. Un cambiamento importante è stato quello che ha esteso il valore di questi regolamenti a tutte le persone, non più quindi soltanto ai lavoratori. Un altro è stato il riconoscimento dei cittadini di paesi terzi che, in alcuni casi, hanno gli stessi diritti dei cittadini europei. Il principio di non discriminazione, quindi, è una conquista recente. Proprio in seguito a questi cambiamenti, la Commissione europea ha finanziato nel 2010 diversi progetti per far conoscere ai cittadini di quali diritti avrebbero potuto godere, soprattutto in casi di scambi transazionali. Da uno di questi progetti, denominato TESSE (Transnational Exchanges on Social Security in Europe), è venuto fuori il nostro “Passaporto dei diritti”. Il progetto si è svolto in 8 Paesi europei: Italia, Germania, Belgio, Francia, Spagna, Regno Unito, Slovenia e Svezia). Lo scopo del progetto era quello di esaminare i regolamenti, scritti in un linguaggio non facilmente divulgabile, cercando di renderli in una forma più comprensibile. Abbiamo organizzato 4 workshop, il primo a Bruxelles, poi a Berlino, Roma e Parigi dove gruppi di lavoro formati da sindacalisti ed esperti hanno cercato di spiegare alcuni aspetti, chiarire i punti deboli e fare proposte rivolte alle istituzioni. Il passaporto è il risultato ultimo di questo lavoro: uno strumento utile a chi si è spostato o si sta spostando all’interno dell’Europa. Abbiamo cercato di tracciare i punti cardini dei regolamenti, cercando di riprodurre le domande che più spesso ci rivolgono le persone che vengono nei nostri uffici: copertura di assicurazione, indennità di disoccupazione, pensione eccetera. Diciamo sempre, comunque, che le regole sono complesse e che bisogna sempre informarsi prima di partire.

Non crede che i progressi che l’UE ha fatto da quel lontano 1956 siano stati troppo lenti?

Questa domanda è giusta. Noi poniamo un problema: i sistemi di protezione sociale nascono nei paesi industrializzati del secondo dopoguerra e si rifanno ad una cultura del lavoratore standard dove a lavorare era l’uomo con un tempo pieno e un contratto indeterminato. Negli anni, come sappiamo, il mercato del lavoro è radicalmente cambiato e si è decisamente frammentato: oggi abbiamo 48 forme diverse di applicazione di contratti. Questo succede in Italia, ma anche in altri paesi, ed il cambiamento è arrivato proprio sotto la spinta della stessa Europa che ha cercato di introdurre un’idea della flexecurity lontana da quella del contratto di lavoro standard. Oggi abbiamo le più disparate forme di lavoro, dal  telelavoro al contratto a zero ore, e i principi di questi regolamenti sono sempre meno attuali. Ad esempio in Italia ci sono tante norme nazionali che contrastano con il principio di totalizzazione. E questo succede per i lavoratori europei di altri Paesi, ad esempio rumeni, ma soprattutto per i lavoratori di Paesi terzi che, avendo lavorato e vissuto per un tot di anni nei paesi UE, avrebbero diritto di totalizzare i propri anni di contributi, per avere gli stessi diritti di un cittadino UE. Ma questo principio contrasta con il mosaico di leggi nazionali sul permesso di soggiorno in vigore nei 27 paesi dell’UE. C’è, poi, la questione dei lavoratori atipici che svolgono forme di lavoro precarie per cui non hanno alcuna assicurazione sociale o ne hanno una speciale che non riescono a coordinare con quella prevista in altri Stati membri. Qual è il risultato finale? Che i lavoratori atipici sono svantaggiati due volte: nel loro paese perché hanno un reddito più basso e una pensione incerta, e se decidono di spostarsi in un altro paese per trovare condizioni migliori, poiché non possono godere dei principi di totalizzazione e di esportabilità. Questi principi non si applicano a milioni di lavoratori atipici (nel 2005 l’UE stimava che gli atipici fossero il 40% dei lavoratori). Dopo il progetto Tesse ne abbiamo lanciati altri due: un sondaggio sulla conoscenza di questi diritti, condotto su 900 persone che si spostano all’interno dell’UE. Dal sondaggio è emerso che la metà del campione non conosceva le regole di base come il diritto all’assicurazione sanitaria, oppure ne conosce l’esistenza ma non sa cosa prevedono. L’altro progetto che parte adesso in 8 Paesi europei vuole studiare a fondo la condizione dei lavoratori atipici in Europa.

Rispetto alla scarsa informazione sui propri diritti, la causa principale è da addebitare al cittadino o al fatto che i principi che sono troppo generali e di difficile comprensione?

Innanzitutto c’è il fatto che i regolamenti sono oggettivamente complicati. Stiamo parlando, in questo caso, di 188 articoli e 16 allegati: complessivamente oltre 200 pagine di testi giuridici. Poi non sempre queste regole sono scritte nell’interesse delle persone. Noi siamo abituati a pensare che in Europa ci sia un mostro che decide per gli altri, mentre non è così. Sono gli stessi capi degli stati e dei governi nazionali che decidono. Il problema è che spesso prima di difendere i diritti delle persone si difendono i rapporti di forza tra gli Stati membri.

La battaglia va fatta in Europa o in Italia?

Va fatta a livello di scelta politica, con cui si determina un 27° dell’equilibrio dell’Europa. Attualmente nell’Unione europea la maggior parte dei governi è di destra e nelle loro politiche non prevale l’aspetto sociale. C’è poi l’alibi della crisi, ma ci sono tanti modi per affrontarla: da un lato c’è lo spread e dall’altro la disoccupazione. I sindacati pongono la questione del lavoro come prioritaria per uscire dalla crisi: noi non vogliamo che i bilanci saltino in aria ma vogliamo che la gente abbia di che vivere e di che lavorare con dignità.

di Antonella Giordano

twitter @Anto_Gior

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