Censis, è l’era biomediatica

Questi anni saranno ricordati come gli anni della crisi, ma sono anche gli anni della biomediatica: oggi i media siamo noi. E in questo spazio in cui il soggetto si confonde con l’oggetto si nascondono insidie pericolose, che ancora non riusciamo a immaginare. E’ questo il quadro apocalittico fotografato dal Decimo Rapporto sulla comunicazione Censis/Ucsi, presentato oggi a Roma, al Senato. Antonello Soro (Garante Privacy): “Non siamo abbastanza consapevoli di quello che può succedere al nostro corpo elettronico”.

Il titolo del Rapporto sulla comunicazione è più che esplicito, “I media siamo noi. L’inizio dell’era biomediatica”, e parla proprio della rivoluzione che sta vivendo il mondo della comunicazione (in tutto il mondo) e che riguarda da vicino le vite di tutti noi e, in parte, anche le sorti dell’economia. Ormai siamo oltre Internet e i social network; dopo che anche gli ultimi notebook si sono fatti sempre più piccoli, fino quasi a smaterializzarsi, le macchine sono diventate delle appendici del nostro corpo, delle vere protesi che ci portiamo dietro ovunque andiamo. Siamo tutti dei narcisi con un grande bisogno di esibire in pubblico la nostra vita, ma dall’altro lato abbiamo paura di essere spiati. E proprio su questa contraddizione che si annidano i principali pericoli. Anche i social network hanno già cambiato logica: mentre con Facebook l’utente chiedeva l’amicizia o accettava la richiesta di qualcuno, con Twitter siamo seguiti e basta. E’ come se non siamo noi ad aprire la porta, ma qualcuno che ci segue nell’ombra.

Partiamo da alcuni dati: gli utenti di Internet in Italia sono aumentati in un anno del 9%, raggiungendo il 62% (erano il 27,8% soltanto 10 anni fa, nel 2002). Un risultato abbastanza significativo, se pensiamo che nel nostro Paese ci sono ancora fasce di popolazione che non hanno un’alfabetizzazione informatica e che per forza di cose non conoscono il world wide web.

Gli smartphone la fanno da padrone, soprattutto tra i giovani: sono usati dal 54,8% dei giovani e la loro penetrazione è aumentata del 10% nell’ultimo anno. La TV continua ad essere il mezzo più utilizzato ed ha un pubblico di telespettatori che coincide con la totalità della popolazione (oltre il 98%). Ma questo dato è frutto anche di un’influenza positiva che Internet ha avuto (e ha tutt’ora) su tutti gli altri media. Anche la radio ha tratto beneficio dal web, anzi nell’ultimo anno è cresciuta del 3,7%, raggiungendo l’84% degli italiani. La radio ha una forte vitalità anche rispetto alla modalità di ascolto? Sicuramente l’autoradio resta la modalità principale, ma sono aumentati gli ascoltatori di radio via web e via cellulare.

Certo Internet non si può dire che abbia giovato alla carta: in crisi sia i quotidiani cartacei (-2,3% di lettori), sia i lettori di libri: meno della metà degli italiani legge almeno un libro all’anno. Per non parlare della free press che ha subito un vero e proprio crollo, dovuto principalmente alla riduzione della pubblicità. Molte testate della free press hanno dovuto chiudere.

Dall’altro lato i social network godono di grande salute: gli iscritti a Facebook sono passati dal 49% dell’anno scorso all’attuale 66,6% degli internauti, ovvero il 41,3% degli italiani.

“La principale novità di questo Rapporto sta nel fatto che si può dire concluso il lungo processo che ha portato i media ad essere uno spazio ipermediale – ha spiegato il direttore generale del Censis Giuseppe Roma – Questo è stato un bene perché il sistema è cresciuto e si è molto differenziato. Ma quest’era in cui l’io mediatico è soggetto di contenuti nasconde diversi pericoli. Intanto Internet espone in pubblico la vita di ognuno (in controtendenza rispetto ad un bisogno di riservatezza che si era manifestato dagli anni ’60 in poi. Ma il vero punto critico della privacy non è quello della violazione, anche perché il 92% degli utenti dichiara di non aver subito alcuna violazione dei propri dati, ma il diritto a cancellare quello che si è pubblicato”.

Sul diritto all’oblio si sta discutendo da qualche anno e ancora non si è trovata la giusta risposta. Il pensiero che qualcuno, un giorno, potrebbe avere accesso alle grandi banche dati che conservano pezzi di ognuno di noi e, mettendo insieme questi pezzi, potrebbe ricostruire la nostra identità, è qualcosa che non fa dormire la notte.

“Il vero pericolo non è più l’invasione della privacy – ha affermato il Presidente del Censis Giuseppe De Rita – perché sono io stesso che metto in piazza i miei dati. Il pericolo sta nel fatto che qualcuno ha tutti questi dati e potrebbe usarli come vuole. Questa coincidenza tra utente e produttore diventa un processo di chimica sociale di cui ancora non conosciamo gli effetti”.

Di questo si dovranno occupare tutti i Governi. Il diretto interessato alla questione è il neo Presidente del Garante Privacy, Antonello Soro. “Dal Rapporto vien fuori in modo netto che ormai la compenetrazione dei mezzi di comunicazione si è completata. Quello che preoccupa è la combinazione di questa integrazione con un altro fattore: l’inserimento dei nostro dati in uno spazio indefinito e lontano, delle grandi banche dati di cui tendiamo a perdere il controllo e che sono spazi vulnerabili. L’espressione biomediatica fotografa in pieno una trasformazione destinata ad avere una profonda capacità di incidere sulla vita di ognuno di noi e sull’economia del mondo”. Soro ha sottolineato più volte il fatto che queste enormi banche dati custodiscono dati spezzettati di ognuno di noi e un giorno qualcuno potrebbe riunire questi pezzi in un’identità che ci assomiglia.

“Tutto questo potrebbe essere usato in un’economia di scambio in cui i dati personali diventano merce preziosa e i colossi della rete assumono uno smisurato potere perché sono gli intermediari tra le imprese e i consumatori. Siamo consapevoli di tutto questo? Io penso di no. Non esiste una piena consapevolezza di quello che può succedere al nostro corpo elettronico. C’è quindi bisogno di trovare un sistema di regole utili a governare tutto questo anche perché in questo periodo, sarà colpa della crisi, ma io riscontro una discreta caduta della dimensione dei diritti. Ad esempio a volte passa l’idea che si può tutelare un diritto, ad esempio quello alla libertà di stampa, ma non si tutela quello alla privacy. Io credo che non può esserci un solo diritto. Se non possiamo reggere la sfida della privacy, che è una sfida di libertà, credo che avremo perso molto in termini di civiltà”.

di Antonella Giordano

twitter @Anto_Gior

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