CTCU: attenzione alle “app” mangia-dati

Consumatori passati ai raggi X e applicazioni “affamate di dati personali”. Chi le scarica non se ne accorge, ma con la geolocalizzazione e il trattamento dei dati di fatto si finisce per cedere (inconsapevolmente) tutta una serie di dati sul proprio profilo e sui propri comportamenti particolarmente appetibili per alcune ditte pubblicitarie. Non è un tema nuovo, quello del difficile equilibrio fra tecnologia e tutela dei dati personali, ma viene rilanciato oggi dal Centro Tutela Consumatori Utenti di Bolzano: smartphone e tablet, attraverso le app, sono una fonte da cui prelevare una miniera di dati personali.

IL CTCU fa riferimento a uno studio commissionato dall’Arbeiterkammer (l’Unione Austriaca dei Lavoratori), eseguito dall’Istituto per la valutazione degli effetti delle tecnologie dell’Accademia Austriaca delle Scienze, che mostra come tramite le coordinate GPS oppure i punti di accesso al WLAN possa essere tracciata la posizione del dispositivo mobile, e con ciò gli spostamenti dell’utente. Nel linguaggio tecnico si parla di tracking. Spiega il CTCU: “Siccome gli smartphone e i tablet ormai ci accompagnano ovunque, chi li traccia riesce a stilare un profilo ricco di informazioni sui singoli utenti in possesso di tali dispositivi. In particolare le app, ovvero le applicazioni, sempre più in voga, si prestano bene alla crescente smania degli operatori del settore di raccogliere dati personali. Queste app spesso fungono solo da facciata, celando il vero scopo: quello cioè di collezionare i dati dell’utenza. Chi propone delle app, spesso è collegato a ditte pubblicitarie, che in questo modo acquisiscono una mole impressionante di dati”.

Il traffico dei dati prospera, spesso passa dalle app alle ditte pubblicitarie, e il consumatore spesso non sa neanche di cosa si tratti perché il trattamento dei dati è poco trasparente, denuncia l’associazione: “Il consumatore, di fatto, viene passato ai raggi X. Le norme relative a privacy e tutela dei dati vengono spesso ignorate. I produttori dei dispositivi e i creatori delle app si danno le colpe a vicenda. La tutela degli utenti in questo ambito è molto carente”.

La questione centrale è la necessità di trovare un equilibrio, certo difficile, fra l’indubbia utilità dei prodotti tecnologici e il rischio di limitazione della libertà personale, che qualcuno potrebbe interpretare come una sorta di “pedinamento virtuale”, specialmente se ci si riferisce a tutti quei dati che rivelano la posizione della persona.

I geodati, ad esempio, servono per le funzioni di navigatore satellitare, oppure, nelle reti sociali, vengono associati ad altri dati. In caso di emergenza, i geodati indubbiamente aiutano i soccorritori a intervenire con tempestività. Ma “oltre ai produttori degli smartphone e ai gestori telefonici, i geodati vengono salvati anche dai produttori di app, e da questi in alcuni casi anche trasmessi a terzi. Questi servizi ci mostrano il difficile equilibro fra l’utilità del sistema di rilevazione e una quasi totale perdita della libertà personale”.

Le app finiscono per funzionare come centri di raccolta dei dati personali, che spaziano dalla posizione geografica all’identificativo del dispositivo tecnologico, dalla rubrica telefonica ai numeri della scheda SIM; alcune app però sono delle vere “mangia-dati” e, denuncia il CTCU, “inoltrano i dati, ad esempio, ad innumerevoli reti pubblicitarie, spesso senza nemmeno chiedere il consenso agli utenti. Tutti i dispositivi “smart” possono essere, abbastanza facilmente, associati ad una persona, e per questo sono ottimali per creare profili di comportamento da parte di chi fa pubblicità”. Un giochetto che coinvolge soprattutto le app gratuite. Tutto questo, nella generale inconsapevolezza degli utenti che non sanno dei trattamenti poco ortodossi cui sono sottoposti i propri dati.

Da qui l’esigenza espressa dall’ l’Unione Austriaca dei Lavoratori e rilanciata dall’associazione: serve una maggiore tutela, e bisogna prevedere una maggiore responsabilità a carico dei produttori dei dispositivi e i gestori di app o app-shops operanti a livello internazionale.

Nel frattempo, come ci si difende? L’associazione rilancia qualche consiglio. Innanzitutto, installare solo app di fonte fidata, documentandosi sui giudizi in rete. Poi controllare i diritti di accesso durante l’installazione alla voce “impostazioni”: i cellulari con Android e gli apparecchi Apple permettono di fare questo prima dell’installazione. Successivamente, tramite il menù “opzioni”, si possono disattivare i “servizi di geolocalizzazione”. Attenzione alle app che chiedono troppe autorizzazioni sulle funzioni che offrono e alle app gratuite; non cliccare sui link pubblicitari; ricordarsi che alcuni cellulari permettono di bloccare i servizi di alcuni dati e questo può essere utile. Infine, ricorda l’associazione, meglio disinstallare le app che non si usano più.

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