CESE, comunicare la migrazione: il “mea culpa” della stampa

Giornalisti e addetti stampa provenienti da tutta Europa si sono dati appuntamento a Vienna lo scorso 24 e 25 novembre per discutere su un tema attualmente sulla cresta dell’onda del panorama informativo: migrazioni internazionali, rifugiati e migranti. “Comunicare la migrazione” era infatti il titolo del 10° seminario organizzato dal Comitato Economico e Sociale Europeo. Il luogo scelto per l’evento non è del tutto casuale: l’Austria, paese nel cuore dell’Europa, ha una lunga tradizione di accoglienza di rifugiati e migranti ed è allo stesso tempo luogo di destinazione finale o punto di transito fondamentale nel progetto migratorio. Molte le domande a cui i quattro panel di discussione hanno provato a dare una risposta: la tratta dei migranti e le organizzazioni criminali che ne gestiscono il traffico, la “crisi migratoria” e il modo in cui i governi, la società civile e i media ne comunicano l’impatto all’opinione pubblica; l’integrazione dei migranti nella società; le politiche migratorie e le nuove sfide di comunicazione per i governi e i media.

Un fenomeno, quello migratorio, che con i suoi protagonisti riempie quotidianamente le pagine della carta stampata e i servizi in onda sui telegiornali di mezzo mondo. Ma le notizie corrono veloci e si diffondono capillarmente molto più che in passato grazie anche alla pervasità dei social e al sostegno del web.

Il bisogno di coprire rapidamente una news, di arrivare per primi a lanciare l’ultimo aggiornamento sta però creando non pochi problemi di trasmissione del messaggio ai destinatari dell’informazione. Titoli spesso catastrofistici, numero roboanti e grande confusione tra chi fugge da guerre e persecuzioni e chi ha invece “solo” il bisogno di darsi un’altra occasione di vita migliore. “Dobbiamo diffondere al pubblico dei messaggi veri e corretti, poiché una cattiva comunicazione può avere delle conseguenze da non sottovalutare anche per il futuro stesso dell’Europa”, ha dichiarato il Vice Presidente del CESE, Gonçalo Lobo Xavier.

Il ruolo dei giornalisti e degli addetti stampa della società civile è quindi cruciale per fare in modo che non si abbia un’immagine sbagliata delle migrazioni. “I media non tengono conto dei diversi fattori che spingono alla migrazione e usano il fenomeno per scopi sensazionalistici”, ha sottolineato nell’intervento introduttivo Elisabeth Tichy- Fisslberger, Ambasciatrice e Direttore generale degli Affari legali e consolari del Ministero degli Esteri austriaco, e continua “la descrizione fatta dai media non corrisponde sempre alla verità. Se il fenomeno fosse raccontato per quello che è non sarebbe conveniente per il mercato dell’informazione”.

Georges Dassis, presidente del CESE, sottolinea come i media dimentichino di dire ad esempio che la nostra società sta invecchiando e che abbiamo bisogno di popolazione in età ancora attiva per poter sostenere le nostre attività economiche. “Certo, non è possibile accogliere tutti”, precisa Dassis, “e non possiamo permetterci di fare confusione tra migranti e rifugiati. Serve perciò sia una politica di gestione della migrazione sia una politica per l’asilo politico che sia comune a tutta l’Europa”.

Dal punto di vista mediatico, è opinione diffusa tra gli speakers delle più alte organizzazioni europee e internazionali presenti al dibattito (Ocse, Unodc, Onu, ecc.) che i giornalisti debbano riuscire ad avere una visione del fenomeno che sia il più ampia possibile e slegata dal singolo contesto nazionale in cui operano. Parallelamente, bisogna rendersi conto che i social sono oggi la priorità su cui intervenire: servono professionisti che abbiano allo stesso tempo dimestichezza con lo strumento tecnico e con i contenuti veicolati.

In tutto questo, il ruolo della società civile è divenuto fondamentale poiché è l’unica parte che può riuscire a bilanciare sia la posizione sensazionalista assunta dai media sia quella dei governi nella gestione e comunicazione del fenomeno migratorio.

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