Bufale in rete, come nascono e come si diffondono? Inchiesta di Altroconsumo

La rete ha rivoluzionato il panorama dell’informazione : su Internet si trova di tutto e, grazie all’enorme successo dei social network, le notizie rimbalzano da un punto all’altro del mondo, in un batter d’occhio. Ma può capitare di imbattersi anche nelle cosiddette “bufale”. Purtroppo sul web ce ne sono tante e si diffondono con grande velocità utilizzando come megafono gli stessi utenti inconsapevoli. Altroconsumo ha cercato di scovare alcuni esempi clamorosi di bufale più o meno recenti, spiegando insieme ad esperti le loro dinamiche.

Come nascono ? Come si diffondono e, soprattutto, come fare a riconoscerle ? “Alla base della prodigiosa diffusione della stragrande maggioranza delle bufale online, notizie prive di fondamento o semplicemente non più o non del tutto vere e sfuggite al controllo del loro primo diffusore, c’è la pigrizia mentale di chi vi si imbatte e non ha il tempo, la voglia o l’idea di cercare un riscontro a ciò che legge nella casella di posta elettronica, nella bacheca di Facebook, nei messaggi su Twitter. Non c’è una fabbrica delle bufale – spiega Paolo Attivissimo, giornalista informatico e ideatore del sito www.antibufala.info, che da anni raccoglie segnalazioni sulle panzane più diffuse sul web – Sono gli utenti stessi a confezionarle e spesso sono l’espressione delle loro paure, delle loro preoccupazioni, anche delle loro paranoie”.

Sul sito www.antibufala.info dedicato alle indagini sugli appelli, gli allarmi e le dicerie che girano in rete, è possibile verificare se una qualsiasi notizia sia vera o falsa: ad esempio c’è il caso della notizia, circolata nel 2008, sul pericolo cancro legato all’uso dei rossetti al piombo (con tanto di elenco delle marche pericolose). In quel caso la bufala ha innescato allarmismi tra i consumatori e ha avuto conseguenze sulle aziende coinvolte e sui loro lavoratori.

E ci sono i casi più recenti dei messaggi di donazioni a favore di bambini malati, che compaiono spesso sulle bacheche di Facebook: interessante come il sito tratta l’ultimo appello, quello a favore di Marco (bambino malato di leucemia). Si utilizza anche il nome dell’Istituto Mario Negri che “avrebbe chiesto a Facebook di far circolare la notizia”. Dalle ricerche fatte da antibufala.info emerge che l’Istituto non ha mai fatto appello a Facebook e che non conosce il bambino in questione che, oltretutto, non corrisponde alla foto, che ritrae invece una bambina americana morta per leucemia nel 2004. Insomma, si tratta di appelli di cattivo gusto che sarebbe meglio lasciar perdere.

Altroconsumo ricorda che ci sono alcuni segnali che devono farci insospettire: una email “urgente”, con molti punti esclamativi, che invita a inoltrare “a tutti i tuoi amici”, che si chiude con velate minacce (“Se non diffondi ci saranno conseguenze”) deve farci dubitare della veridicità dell’appello, al di là del fatto che sia già stata inoltrata da tante persone. “Non inoltrate nulla se non avete il tempo di confermarlo e fatevi sempre delle domande sulla logica e la veridicità di ciò che vi viene comunicato. In caso di dubbio, poi, cercate su Google con parole chiave, o sui siti che si occupano di bufale, se la notizia sospetta è già stata segnalata come bufala”.

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