Ipsos-Save the Children: il cyber bullismo viaggia sui social network

Almeno quattro minori su dieci sono stati testimoni di atti di bullismo verso i coetanei, percepiti come “diversi” per aspetto fisico o per orientamento sessuale. I social network, oltre a essere un veicolo di comunicazione importante, sono diventati la modalità di attacco preferita dai cyber bulli che possono arrivare a diffondere immagini o fotografie denigratorie o a creare dei gruppi “contro”. Per il 72% degli adolescenti e dei giovanissimi, il cyber bullismo è avvertito ormai come un fenomeno sociale fra i più pericolosi, più della droga o della rischio di subire molestie da un adulto. Sono i risultati della ricerca “I ragazzi e il cyber bullismo” realizzata da Ipsos per Save the Children.

Neologismo che ha faticato poco ad entrare nel linguaggio quotidiano, il “cyber bullismo” è cresciuto nella fertilità di un non-luogo fuori dalla portata e dal controllo dei ragazzi”, spiega l’associazione: i 2/3 dei minori italiani riconoscono nel cyber bullismo la principale minaccia che aleggia sui banchi di scuola, nella propria cameretta, nel campo di calcio. E percepiscono, soprattutto le ragazze, alcuni degli ultimi tragici fatti di cronaca molto (33%) o abbastanza (48%) connessi al fenomeno. Per tanti di loro, il cyber bullismo arriva a compromettere il rendimento scolastico (38%) erode la volontà di aggregazione della vittima (65%, con picchi del 70% nelle ragazzine tra i 12 e i 14 anni e al centro), e nei peggiori dei casi può comportare serie conseguenze psicologiche come la depressione (57%, percentuale che sale al 63% nelle ragazze tra i 15 e i 17 anni). L’indagine è stata diffusa alla vigilia del Safer Internet Day, la giornata istituita dalla Commissione Europea per la promozione di un utilizzo sicuro e responsabile dei nuovi media tra i più giovani, e fotografa le dinamiche di fruizione del web e come i social network possano diventare veicolo di bullismo online.

Intanto, la vittima: il cyber bullo si scaglia contro la “diversità” in tutte le sue declinazioni, dall’abbigliamento al supposto orientamento sessuale. Viene colpito infatti l’aspetto estetico (67%, con picchi del 77% tra le femmine dai 12 ai 14 anni), la timidezza (67%), il supposto orientamento sessuale (56% che arriva al 62 per i preadolescenti maschi), l’essere straniero (43%), l’abbigliamento non convenzionale (48%), la bellezza femminile che “spicca” nel gruppo (42%), e persino la disabilità ( 31%) che diventano tutte altrettante “motivazioni” per prendere di mira qualcuno.

I social network diventano, in questa dinamica, uno dei veicoli usati dai cyber bulli per molestare le loro vittime. Si rubano e-mail, profili, o messaggi privati per poi renderli pubblici (48%), si inviano sms/mms/e-mail aggressivi (52%), vengono appositamente creati gruppi “contro” su un social network per prendere di mira qualcuno (57%), o ancora vengono diffuse foto e immagini denigratorie o intime senza il consenso della vittima (59%), o notizie false sull’interessato via sms/mms/mail (58%). La modalità d’attacco più usata dai giovani cyberbulli è la persecuzione della vittima attraverso il suo profilo su un social network (61%).

I giovani sono consapevoli delle conseguenze del cyber bullismo, che possono portare all’isolamento sociale e alla depressione. Secondo l’indagine Ipsos, infatti, per i ragazzi intervistati, l’isolamento è la conseguenza principale del cyber bullismo. Per il 67% degli intervistati, chi lo subisce si rifiuta di andare a scuola o fare sport, ma soprattutto è la dimensione della socialità a risentirne: il 65% afferma che le vittime non vogliono più uscire o vedere gli amici, il 45% che si chiudono e non si confidano più. Anche effetti più gravi, che incidono sullo stato di prostrazione psicologica della vittima, sembrano essere ben percepiti dai ragazzi: secondo il 57% degli intervistati le vittime di cyber bullismo vanno in depressione.

Sono stati testimoni di atti di cyber bullismo da parte di coetanei almeno 4 ragazzi intervistati su 10, e il 5% ne parla addirittura come di una esperienza regolare e consueta. Secondo l’indagine, “l’elevato e costante tasso di innovazione tecnologica lascia presupporre che in futuro la componente adulta del Paese si troverà sempre più di frequente a dover gestire questioni delicate e complesse per garantire la tutela dei minori online”. E quando si chiede ai ragazzi quali contromisure adottare per arginare questo fenomeno, la maggior parte suggerisce attività di informazione e prevenzione che prevedano il coinvolgimento della scuola e degli stessi genitori: il 41% dei ragazzi invoca maggiore vigilanza da parte dei genitori. Ma si è anche consapevoli delle responsabilità dei gestori dei social network, cui fa appello il 41% dei minori.

“I ragazzi trascorrono gran parte del loro tempo tra i banchi ed è lì che sperimentano una buona fetta della loro socialità. Il ruolo della scuola è di primaria importanza per valutare ed implementare interventi mirati contro il dilagare del cyber bullismo. L’insegnante per il suo stesso ruolo deve essere un’ “antenna” pronta ad intercettare e leggere ciò che accade alle dinamiche relazionali della classe – afferma Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia – e, come tale, parte attiva insieme alla scuola nella costruzione di strategie preventive e di contrasto al fenomeno. I docenti però non vanno lasciati soli, il bullismo è un fenomeno complesso che spesso trae origine da un disagio profondo che riguarda il bullo e il gruppo, così come la vittima, e richiede dunque strategie in grado di cogliere e gestire questo disagio. Quindi, uscire da un’ottica di emergenza legata al singolo caso ed entrare in un’ottica di interventi strutturali a lungo termine è la strada da percorrere”.

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