TopNews. Riforma Ue Copyright, Dona (UNC): “Comprime la libertà di espressione”

È già accaduto. Il social network ha bloccato il video col saggio di danza di una bambina, ripreso dalla madre col telefonino, una ventina di secondi in tutto, perché il sistema ha riconosciuto di sottofondo una musica protetta da copyright. Ma non si trattava di business. Era solo un video di famiglia. Questo l’esempio che racconta Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, quando spiega le ombre che pesano sulla riforma del copyright in agenda al Parlamento europeo la prossima settimana.

Sotto accusa ci sono soprattutto due articoli, l’art. 11 e l’art. 13. Sostiene Dona: “La riforma del copyright rischia di comprimere la libertà di espressione dei cittadini. Anche perché la discussione si è ideologizzata, big company contro editori, e il rischio è che in mezzo rimanga schiacciata la libertà di esprimersi e postare dei cittadini e degli utenti delle piattaforme digitali”.

L’associazione sta seguendo da tempo i lavori di riforma della disciplina del diritto d’autore attraverso la campagna #PocheParole.  Negli ultimi mesi ha raccolto le perplessità dei consumatori e della società civile in merito ai due articoli sotto accusa. Una ricerca, svolta sempre dall’UNC, evidenzia che manca consapevolezza e dibattito pubblico sulla riforma – l’86% degli intervistati ne sa poco o nulla. La vox populi, raccolta in un appello video dall’UNC, chiede di mantenere la libertà di condivisione online. L’articolo 11 della riforma prevede in sintesi che le piattaforme del web e gli aggregatori, Facebook, Google News e gli altri, debbano pagare gli editori per pubblicare contenuti giornalistici protetti da copyright, compresa la pubblicazione del titolo dell’articolo, del link e della breve  sintesi che lo presenta (in gergo, lo snippet). L’articolo 13 chiede alla piattaforme di installare dei filtri che impediscano di caricare online materiale protetto dal diritto d’autore attraverso sistemi automatici. Il contenuto sarebbe dunque bloccato in partenza.

La scorsa settimana i due articoli sono stati votati in Commissione giuridica del Parlamento europeo ma ora il provvedimento è atteso in Plenaria. “La prossima settimana – spiega Dona a Help Consumatori – il voto dovrebbe essere messo in discussione. Secondo noi questo è un tema sul quale deve decidere l’intero Parlamento. Questi due articoli comprimerebbero la libertà di espressione dei cittadini. La nostra speranza è che in Parlamento si possano emendare e trovare soluzioni di compromesso”.

Perché si parla di rischi per la libertà di espressione dei cittadini? “La direttiva nasce per tutelare gli interessi commerciali dei grandi editori – spiega il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori – Per spiegarla semplice: l’informazione che fa capo ai grandi editori ha dei costi, da un lato; dall’altra parte c’è l’interesse del consumatore ad accedere alle informazioni nel modo più semplificato ed economico possibile. Va trovato  un contemperamento degli interessi fra queste due esigenze. Noi non siamo per una stampa gratuita a tutti costi, perché sarebbe anche una stampa di bassa qualità. Siamo consapevoli che va tutelato l’investimento fatto dei grandi editori sulla qualità dell’informazione, sulla professionalità dei giornalisti, sulla verifica delle fonti. Dall’altra parte però non si può dire che questo debba essere l’unico canale di informazione. Dal momento che la notizia viene rilanciata, postata, ripresa da un motore di ricerca, questa secondo noi è una crescita della diffusione dell’informazione, non è qualcosa da demonizzare”.

Quando Google News, per dirne uno su tutti, come le altre piattaforme aggregano le news col titolo e il riassunto di poche righe che segue il link, questo viene considerato contenuto editoriale che per gli editori andrebbe pagato (da qui l’espressione link tax). E il cittadino? “Quando l’utente posta e segnala un articolo, in realtà sta aiutando la circolazione dell’informazione”, spiega Dona. Una previsione come quella della riforma chiama in causa il dibattito su quale notizia possa essere coperta dal diritto d’autore.  “L’unica notizia forse protetta dal diritto d’autore è lo scoop, l’inchiesta – dice Dona – Ritengo che sia interesse del consumatore a postare, ritwittare, fare e dire. Purtroppo la discussione si è un po’ ideologizzata, piccoli editori contro grandi editori, big company dell’editoria contro piattaforme. Non mi faccio portatore di una posizione di gratuità a tutti i costi ma si possono trovare soluzioni di compromesso”.

La riforma prevede anche che le piattaforme come You Tube debbano prevedere filtri che impediscano agli utenti di caricare online materiale protetto da copyright. Spiega Dona: “La scorsa settimana abbiamo ricevuto una decina di reclami di persone che hanno tentato di postare su Facebook e altri social video di vita familiare. Una persona aveva postato il video del saggio di danza della figlia. Questo è stato bloccato perché la musica di sottofondo del saggio – una ripresa col telefonino – è stata riconosciuta dal sistema. Qui non parliamo del dj che si appropria di un file musicale. Qui parliamo di una persona che sta raccontando in venti secondi il saggio della figlia, con una finalità assolutamente familiare e non di business. Quanto si rischia – prosegue Dona – che questi algoritmi intercettino situazioni di vita familiare che costringeranno a considerare Internet una cosa completamente diversa da quella che è oggi? Non è un appello all’Internet selvaggio, basterebbe citare le fake news per capire come noi consumatori siamo preoccupati di un Internet selvaggio, ma non può neanche essere un mondo cui un algoritmo blocca il video che ha per protagonista una famiglia. Arrivo a dire, non so se sono esagerato, che se faccio una foto con mia moglie davanti alla torre Eiffel, la foto non comparirà sui social perché la torre Eiffel è soggetta a copyright”.

Con le fake news si chiede responsabilità a Facebook, con la direttiva si chiede alle piattaforme di agire preventivamente. È una cosa buona ribaltare la responsabilità sulle piattaforme di condivisione, che sono strumenti in mano a privati? “Il tema non è di facile soluzione – argomenta Dona – Sembrerebbe che il ragionamento fila, ma è anche vero che non si è spazio neutro. Faccio un esempio: se domani in un mercatino rionale si installa una bancarella che vende materiale pedopornografico, il mercatino non può dire che non ne sa nulla. Chiaro che Facebook è un’altra cosa. La verità sta nel mezzo. La responsabilità delle piattaforme è soggetta a dei limiti. La direttiva sul commercio elettronico del 2001 è famosa per gli avvocati perché è tutta di esoneri della responsabilità. Quello era però Internet di un’altra epoca. Credo sia interesse delle grandi piattaforme assumersi qualche responsabilità. Di qua a dire che devono rispondere per tutto e per sempre, no. Ma sei ore per rimuovere un contenuto lesivo mi sembrano troppe. Le piattaforme devono fare di più, rimanendo chiaro che hanno un ruolo assimilabile a un ruolo terzo”.

La posizione dell’Unione Nazionale Consumatori è dunque quella di rivedere la direttiva e il corpus che si sta discutendo cercando di trovare un giusto equilibrio fra esigenze contrapposte. “Da parte nostra mettiamo in cima l’interesse dell’utente, che è duplice: a produrre esso stesso informazione senza esagerati vincoli e ad accedere all’informazione il più facilmente ed economicamente possibile. Detto questo – prosegue Dona – c’è un terzo diritto all’informazione di qualità, il che implica che qualche concessione a chi fa informazione di qualità va data. Ma non in uno scenario da link tax”. E dunque sull’inchiesta originale, sullo scoop, non sulla news battuta da tutte le agenzie. Il rischio è che parta una guerra commerciale che farebbe di certo una vittima: il cittadino. “Se la sfida si farà dura a pagare saranno gli utenti”.

 

@sabrybergamini

 

Notizia pubblicata il 29/06/2018 ore 16.18

Comments are closed.