Tar Lazio: illegittimo l’oscuramento della Rai su Sky

L’oscuramento di una parte della programmazione della Rai su Sky è illegittimo. È quanto stabilito dal Tar del Lazio, che ha annullato la delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni impugnata da Sky, dichiarandola illegittima. Gli oscuramenti avviati dalla Rai sulla piattaforma Sky sono stati fatti, argomenta il Tar, violando gli obblighi di servizio pubblico previsti nel contratto di servizio. Questo (il contratto in questione è del biennio 2007-2009, valido fino a giugno 2011) prevedeva l’obbligo di fornire la programmazione di servizio pubblico gratuitamente a qualsiasi piattaforma distributiva, a patto che questa garantisse l’accesso gratuito alla programmazione da parte degli spettatori.

Il caso è esploso nel 2009, in coincidenza con il lancio della piattaforma televisiva satellitare Tivùsat. La sezione terza ter del Tar del Lazio ha annullato la delibera Agcom (n. 732/09/CONS) impugnata da Sky dichiarandola illegittima, in quanto non aveva accertato le gravi violazioni degli obblighi di servizio pubblico derivanti dalla decisione della Rai di oscurare una parte della propria programmazione agli abbonati della piattaforma Sky. Sull’oscuramento avevano preso posizione anche le associazioni dei consumatori, che avevano denunciato la creazione di vere e proprie zone d’ombra non coperte dal segnale digitale terrestre e impossibilitate a ricevere anche attraverso la piattaforma Sky, e avevano denunciato l’oscuramento delle trasmissioni Rai come pratica commerciale scorretta e lesiva dei diritti degli utenti.

La sentenza della sezione terza ter del Tar del Lazio evidenzia come Sky abbia lamentato “il mancato accertamento da parte dell’Autorità, anche a seguito della segnalazione dell’Associazione Altroconsumo in data 10.7.2009, delle gravi violazioni degli obblighi di servizio pubblico connesse alla decisione della RAI di impedire la visione integrale senza criptaggi dei propri programmi agli utenti muniti di decoder satellitare SKY e di riservarne la visione agli utenti della piattaforma satellitare televisiva Tivusat, gestita dalla società Tivù s.r.l., costituita prevalentemente da RAI e RTI Reti Televisive Italiane, appartenente al gruppo Mediaset”.

La delibera impugnata riguarda fra l’altro interpretazione e attuazione dell’articolo 26 del contratto di servizio, per il quale “la RAI si impegna a realizzare la cessione gratuita, e senza costi aggiuntivi per l’utente, della propria programmazione di servizio pubblico sulle diverse piattaforme distributive, compatibilmente con i diritti dei terzi e fatti salvi gli specifici accordi commerciali”.

Spiega la sentenza del Tar che l’articolo 26, nell’ambito della neutralità tecnologica, fa riferimento “alla finalità di garanzia della fruibilità del servizio pubblico televisivo in maniera piena ed effettiva da parte della generalità dell’utenza pubblica, attraverso l’utilizzo di tutti gli strumenti tecnologici – e quindi le piattaforme distributive – idonei a garantire la completa copertura del territorio e l’accesso alla programmazione in maniera indiscriminata attraverso tutte le possibili forme di riproduzione della trasmissione”. È una disposizione “orientata a garantire l’interesse della generalità degli utenti ad un accesso alla programmazione del servizio pubblico in maniera piena, libera, agevole, e quindi ad una visibilità della programmazione in termini di effettività, praticabilità ed universalità”. Per il Collegio, questa è una norma che “disciplina specificamente la distribuzione della programmazione del servizio pubblico sulle diverse piattaforme, con l’obiettivo di garantirne l’accessibilità e la diffusione più completa possibile alla stregua degli strumenti tecnologici disponibili”.

Di conseguenza, “il contratto di servizio introduce in maniera netta l’obbligo della concessionaria pubblica di rendere possibile la diffusione della programmazione su tutte le piattaforme distributive (obbligo di must offer), a prescindere dal soggetto titolare, e mediante cessione a titolo gratuito: con l’unica condizione esplicita che i soggetti titolari delle piattaforme rendano disponibile la programmazione RAI sempre a titolo gratuito, e senza quindi costi aggiuntivi per gli utenti, e fatti salvi i limiti eventualmente derivanti da specifici accordi commerciali che prevedano diritti di esclusiva su determinate programmazioni che giustifichino una diffusione affidata solo a specifiche piattaforme invece che alla generalità delle piattaforme operanti nel mercato italiano”.

La Rai era dunque obbligata a cedere gratuitamente la programmazione a Sky, in quanto piattaforma di distribuzione disponibile alla diffusione gratuita e senza costi aggiuntivi dell’utenza, e questo per garantire l’universalità della diffusione della programmazione del servizio televisivo pubblico. Viceversa, evidenzia la sentenza, “la scelta RAI di non rendere più disponibile la propria programmazione attraverso la piattaforma satellitare Sky ha costretto tutti i cittadini abbonati Sky, o comunque in possesso di un decoder Sky, per la ricezione in via satellitare della programmazione del servizio pubblico, all’acquisto di un nuovo diverso decoder quale quello Tivusat”. Il tutto, fra l’altro, in un periodo in cui l’offerta Tivusat è partita in modo difficoltoso.

La sentenza del Tar del Lazio che ha dichiarato illegittimo l’oscuramento di una parte della programmazione Rai su Sky rappresenta una grande vittoria della battaglia che conduciamo da anni. Purtroppo la sentenza giunge con grave ritardo, ma meglio tardi che mai”, commenta Federconsumatori, che ricorda  come le famiglie non abbiano potuto fruire dei programmi Rai in tutte quelle aree del paese coperte solo attraverso Sky e siano state costrette a installare una parabola e un decoder aggiuntivi. “Naturalmente – annuncia Federconsumatori – stiamo studiando pratiche di risarcimento per questi cittadini che sono stati gravemente danneggiati. Al nuovo Consiglio di Amministrazione chiediamo inoltre di dirimere la questione e risolvere questo problema una volta per tutte”.

 

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