Asili nido, Cittadinanzattiva: pochi posti e rette troppo care

Troppo cari e troppo pochi: in Italia gli asili nido comunali costano in media 3000 euro all’anno (con rette mensili medie di 302 euro) e lasciano fuori il 23,5% dei bambini. In alcune Regioni del Sud a rimanere in lista d’attesa è il 40% dei richiedenti. Purtroppo questi dati non stupiscono perché quella degli asili nido è un’emergenza nota da tempo.Ma ogni anni Cittadinanzattiva ce la ricorda con la sua indagine; e i dati sono sempre peggiori.

E se da un lato non si fa nulla per aumentarne il numero, dall’altro si fa molto per aumentarne i costi: nell’anno scolastico 2011/12 ben 39 città hanno ritoccato all’insù le rette; in 6 capoluoghi gli aumenti sono stati di due cifre, con i picchi toccati da Bologna (+29,7%), Vibo Valentia (+29%), Perugia (+21,8%) e Genova (+15,2%). E’ quanto emerge dall’indagine svolta dall’Osservatorio prezzi & tariffe di Cittadinanzattiva che ha preso i dati ufficiali delle rette degli asili nido di tutti i capoluoghi di provincia per gli anni scolastici 2010/11 e 2011/12. Oltre ai costi elevati e alle difficoltà di accesso ci sono le disparità economiche tra le diverse zone del Paese, ma anche all’interno di una stessa Regione.

La differenza più grande è quella che si registra tra la provincia più cara che è Lecco e quella più economica che è Catanzaro: 547 euro di retta mensile contro 70 euro. Siamo a questi livelli: a Lecco mandare il proprio figlio in un asilo nido comunale costa 7 volte in più che a Catanzaro e 3 volte in più che a Roma, dove la retta media mensile è di 146 euro (la capitale è la quarta città meno cara d’Italia, secondo l’analisi di Cittadinanzattiva).

Anche all’interno di una stessa Regione ci sono differenze “inspiegabili”: in Veneto si registrano una delle rette più care che è quella di Belluno (con 525 euro si piazza al secondo posto della classifica, dopo Lecco) e una delle più economiche che è quella di Venezia (209 euro, è la settima provincia più economica). Quindi se un genitore deve mandare il proprio figlio in un asilo nido di Belluno paga ben  316 euro in più, al mese, rispetto a un suo “collega” più fortunato che abita a Venezia. Stessa cosa succede nel Lazio, dove Viterbo, con una retta di 396 euro, supera Roma di ben 250 euro.

A livello regionale, la classifica delle più care è guidata da Lombardia e Valle d’Aosta con oltre 400 euro di spesa media mensile, mentre in fondo c’è la Calabria con 114 euro.

Passando al discorso delle lunghe liste d’attesa, in Calabria, Campania e Sicilia i dati sono più che disastrosi: rispettivamente il 39%, il 37% e il 36% dei bibmi richiedenti, resta fuori. Dai dati del Ministero degli Interni relativi al 2010, emerge che il numero degli asili nido comunali ammonta a 3.623 (+6% rispetto al 2009) con una disponibilità di 141.618 posti (+3% rispetto al 2009). E’ di 30 anni fa la legge 1044/1971 che istituì gli asili nido comunali, e prevedeva 3.800 asili pubblici.

Anche rispetto al numero dei nidi sul territorio, ci sono grandi differenze tra il Nord e il Sud del Paese: la Regione con più asili è la Lombardia (794 strutture pubbliche e poco più di 28.500 posti disponibili); seguono Emilia Romagna (611 nidi e oltre 25.500 posti) e Toscana (437 nidi e oltre 15.000 posti). All’ultimo posto, invece, c’è il Molise con soli 6 asili per 300 posti disponibili.  Infine, un altro record negativo: il servizio di asilo nido pubblico è presente solo nel 18% dei comuni italiani; nel loro insieme il 60% è concentrato nelle regioni settentrionali, il 27% al Centro e solo il restante 13% al Sud.

“Dall’indagine effettuata è evidente che ancora oggi manca nel nostro Paese un sistema di servizi per l’infanzia equamente diffuso ed accessibile su tutto il territorio e adeguate agevolazioni fiscali a sostegno dei nuclei familiari con bambini piccoli – commenta Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva – Le misure a favore di tali servizi rappresentano un investimento intergenerazionale che produce effetti nel lungo periodo e quindi di scarso appeal per una classe politica poco lungimirante e concentrata sul consenso immediato. D’altro canto la riduzione delle risorse a disposizione degli enti locali e la rigidità del patto di stabilità non aiutano a far ripartire gli investimenti in tal senso anzi contribuiscono a tagliare sempre di più le risorse destinate alla spesa sociale. Di questo passo – conclude Gaudioso – difficilmente riusciremo a colmare il gap nei confronti dell’Europa e centrare la copertura del servizio del 33% già prevista per il 2010″.

Facendo un confronto tra i posti disponibili e la potenziale utenza (numero di bambini in età 0-3 anni) in media in Italia la copertura del servizio è del 6,5% (percentuale che sale all’13,3% se si considerano solo i capoluoghi di provincia) con un massimo del 15,2% in Emilia Romagna ed un minimo dell’1% scarso in Calabria e Campania. L’obiettivo fissato dall’Europa è del 33%; alcuni Paesi europei, come Danimarca, Svezia e Islanda, si tocca il 50% di copertura. Ma anche Finlandia, Paesi Bassi, Francia, Slovenia, Belgio, Regno Unito e Portogallo registrano valori tra il 50% e il 25%. Percentuali comprese tra 25 e 10% si registrano, oltre che nel nostro Paese, in Lituania, Spagna, Irlanda, Austria, Ungheria e Germania.

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