Privacy: 7 anni di sfide e di problemi irrisolti

Internet e i social network, la trasparenza online, gli smart phone, la sanità, il telemarketing invasivo, i diritti dei consumatori. Spaziano in questi e altri settori i 519 provvedimenti adottati dal Collegio del Garante Privacy nel corso del 2011. Ma ci sono anche problemi che restano aperti: le intercettazioni e le esigenze della lotta all’evasione.“Un’attività che anche quest’anno è stata estremamente variegata e ricca di stimoli per noi e per tutti” ha detto nella sua relazione il presidente Francesco Pizzetti nel corso della presentazione del volume “Sette anni di protezione dei dati in Italia” con cui ha voluto celebrare la fine del mandato del Collegio.

Partendo dalle cifre, nel 2011, quello che salta agli occhi è la diminuzione del numero dei ricorsi, dei reclami, delle segnalazioni mentre è rimasto alto il numero dei provvedimenti e delle sanzioni comminate. Così come è aumentato il numero dei pareri resi al Governo.

Grandi sono state le sfide che in questi anni l’Autorità si è trovata ad affrontare, a partire dall’evoluzione tecnologica della rete e dei problemi ad essa connessi: si pensi ai social network e a tutte le nuove applicazioni che in questi anni si sono sviluppate. Ma non solo. C’è stata anche la necessità di trovare un equilibrio di fronte al bisogno crescente di sicurezza.

Il problema dei problemi, se così volgiamo chiamarlo, sul quale l’Autorità ha speso molte delle sue energie, senza trovare una soluzione, è stato quello delle intercettazioni e in genere dell’uso dei dati di traffico telefonico acquisiti per finalità di giustizia. “E’ giunto il momento – ha detto Pizzetti – che il Legislatore dicesse una parola chiara. Abbiamo sempre detto che si tratta di strumenti essenziali per l’attività di indagine e per il lavoro della giustizia ma spetta al Legislatore definire per quali tipi di indagini essi siano utilizzabili”. Pizzetti ha insistito ancora “i dati acquisiti devono essere adeguatamente protetti e il Legislatore deve definire le finalità di giustizia per le quali i dati possono essere raccolti e utilizzati”. Sullo stesso argomento si è soffermato anche il presidente del Senato, Renato Schifani, che ha invitato tutti “a riflettere” e a costruire un nuovo rapporto tenendo a mente che i diritti della persona vengono prima di ogni cosa.

Ma no è solo il tema delle intercettazioni a richiedere che venga individuato un equilibrio tra il diritto di informare e quello di essere informati: “La gogna, in qualunque forma, materiale o mediatica che sia, è sempre uno strumento pericoloso, anzi pericolosissimo” ha detto il Presidente Pizzetti. “Nessuno, in una società democratica – ha aggiunto -, potrà mai chiedere e ottenere di porre limiti al diritto dei giornalisti di sapere, conoscere e informare. Ma il loro stesso codice deontologico contiene regole chiare sulla necessità di rispettare i principi di essenzialità delle informazioni, di tutelare i minori, di rispettare la dignità delle persone, specialmente nell’ambito sanitario e sessuale”. “Accade spesso – ha proseguito – anche che i protagonisti dei fatti di cronaca e i loro familiari si espongano senza limiti a un’informazione mediatica che diventa dichiaratamente spettacolo puro. Purtroppo in questi casi, prima del diritto e dello stesso Codice deontologico dei giornalisti, è il buon gusto e talvolta persino il senso di umana pietà che dovrebbe guidare i media. Non sempre avviene così e non sempre soltanto per il comportamento dei professionisti dell’informazione”.

Un altro fenomeno, pure di stretta attualità, riguarda la richiesta sempre più massiccia da parte delle strutture pubbliche che combattono la lotta all’evasione o le illiceità nei settori della previdenza e dell’assistenza sociale, di poter accedere ai dati personali dei cittadini. Addirittura recentemente la legge ha previsto che essi debbano ricevere alcune informazioni indipendentemente da ogni indagine, sia solo preliminare, nei confronti degli interessati: si tratta di “strappi forti allo Stato di diritto” ha precisato Pizzetti aggiungendo che “È proprio dei sudditi essere considerati dei potenziali mariuoli. È proprio dello Stato non democratico pensare che i propri cittadini siano tutti possibili violatori delle leggi. In uno Stato democratico, il cittadino ha il diritto di essere rispettato fino a che non violi le leggi, non di essere un sospettato a priori”.

L’Authority così come concepita risulta superflua e obsoleta. E’ il giudizio di Carlo Pileri, presidente Adoc, che così ha commentato la relazione tenuta da Francesco Pizzetti. Il suo ruolo – secondo il Presidente – non ha più ragione d’essere “non potendo contrastare efficacemente tutte le continue violazioni in materia né potendo sanzionare adeguatamente i responsabili, siano essi privati o Istituzioni, né tantomeno potendo prevedere misure risarcitorie per i soggetti danneggiati”.

Ogni giorno si assiste alla violazione di diritti costituzionali quali quello alla riservatezza delle informazioni personali, della corrispondenza e delle comunicazioni, della libertà d’espressione. Dalla normativa sul telemarketing, farraginosa e gravosa per l’utente, che può solo segnalare le violazioni al Garante della privacy, che a sua volta può applicare solo una multa alla società colpevole, senza prevedere un risarcimento al consumatore che è stato ingiustamente e illegalmente disturbato, all’obbligo di firmare l’autorizzazione al trattamento dei dati personali al momento della stipula di contratti bancari e di assicurazione, una gravissima lesione a monte della privacy, sono molteplici le situazioni in cui la privacy del cittadino è violata e non tutelata. Per questo chiediamo che i poteri dell’Authority, sia di contrasto alle violazioni che sanzionatori e risarcitori, siano rafforzati a tutela della riservatezza di ogni cittadino italiano” ha concluso Pileri.

 di Valentina Corvino

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