Cittadinanzattiva: i cittadini vorrebbero l’infermiere di famiglia

Infermieri promossi dai cittadini. Gli infermieri danno ai pazienti informazioni chiare e comprensibili e li aiutano nella gestione della patologia. Spesso però appaiono impegnati in eccessive attività burocratiche. Gran parte dei cittadini accoglierebbe con favore l’istituzione di un infermiere di famiglia e la presenza di questa figura professionale all’interno delle scuole. Questi alcuni dei risultati dell’Osservatorio civico sulla professione infermieristica, promosso da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato insieme alla Fnopi (Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche) e presentati oggi in occasione del Congresso nazionale Fnopi.

L’indagine è stata fatta attraverso 34 sedi territoriali del Tribunale per i diritti del malato in 15 regioni con interviste su quasi 1900 cittadini. Cosa è emerso? “In 4 casi su 5 – spiega Cittadinanzattiva – i cittadini riconoscono facilmente gli infermieri tramite elementi identificativi e vedono tutelata la propria privacy nel 70% delle situazioni. Gentilezza e cortesia durante l’assistenza viene riferita nell’88% dei casi, mentre valori più bassi si riscontrano su “empatia” e disponibilità all’ascolto che comunque si riscontrano nel 72%  dei casi. Solo 1 infermiere su 5 non ha dedicato il tempo necessario per informare e rispondere ad eventuali domande del cittadino/paziente contro l’80% degli infermieri che ha fornito informazioni chiare e comprensibili. Prima di esami, terapie e trattamenti, il professionista ha spiegato cosa stava per fare nel 72% dei casi e, di fronte a ritardi o problemi organizzativi, nella metà delle situazioni ha informato per tempo e aggiornato il cittadino”. Fuori dall’ospedale, circa 3 cittadini su 5 dichiara di essere stato supportato dall’infermiere nella gestione della patologia. Nel 55% dei casi il professionista ha organizzato il calendario delle visite e dei successivi esami. C’è invece da lavorare sulla formulazione del piano di assistenza mirato alla persona e ai suoi bisogni che, in quasi 2 casi su 5 (39%) non vede protagonista attivo l’infermiere.

Poco meno della metà dei cittadini conferma che l’infermiere di riferimento si è attivato per fornire orientamento nell’accesso ad eventuali altri servizi, garantendo continuità di assistenza tra ospedale e territorio. Più in generale 1 infermiere su 2 (54%) risponde ai bisogni assistenziali della persona, compresi quelli psicologici e sociali. Durante l’assistenza infermieristica, quattro su cinque si sentono molto o abbastanza sicuri; mentre resta un 17% circa che non ha avuto questa stessa sensazione. Il 52% circa dei cittadini considera insufficiente il numero degli infermieri e ne chiede un potenziamento per evitare che i carichi burocratici, che quasi un paziente su due vede pesare eccessivamente sugli infermieri, incidano negativamente su qualità e sicurezza dell’assistenza. I cittadini vedrebbero di buon occhio la presenza di più infermieri sul territorio e non solo in ospedale: il 78% dei cittadini riterrebbero utile poter scegliere un infermiere di famiglia, come si fa col medico, e l’84% accoglierebbe volentieri un infermiere nei plessi scolastici.

“Per i cittadini il lavoro svolto dagli infermieri è decisamente positivo e anche per questo li considerano una risorsa sulla quale il Servizio Sanitario Nazionale può e deve investire di più al fine di garantire maggiore accesso, qualità e sicurezza delle cure – afferma Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva – Servono più infermieri, in particolare nei servizi sanitari territoriali, più tempo dedicato all’assistenza e meno alla burocrazia. Ma soprattutto serve che anche le Istituzioni riconoscano sempre di più le competenze e il contributo che la professione infermieristica può garantire all’innovazione organizzativa e quindi alla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale”.

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