Farmaci equivalenti, pediatri: ok a prescrizione, ma siano più “a misura di bambino”

I pediatri aprono le porte ai farmaci generici anche per i bambini, a patto che venga garantita l’assoluta equivalenza dei prodotti, della loro qualità e dei controlli nei processi di produzione e che vi sia una maggiore e autorevole (oltre che indipendente) informazione per un uso più corretto dei medicinali. E’ la posizione dell’Associazione Culturale Pediatri che fa anche un richiamo all’industria: i generici pediatrici siano più “a misura di bambino” nel sapore e negli strumenti per la somministrazione.

E’ la crisi che spinge i pediatri a questa apertura perché è “inaccettabile che in un periodo di crisi economica come quello che stiamo attraversando, siano i pazienti ad assumersi l’onere di pagare la differenza tra il costo di un farmaco bioequivalente e quello del farmaco di marca”.

La posizione dell’ACP è chiara e netta e prende le distanze da chi sostiene la non sostituibilità del farmaco di manca,  adducendo motivazioni che mettono in dubbio l’utilità dei farmaci generici. “Queste posizioni, lungi dall’essere medico-scientifiche, rappresentano palesi azioni di marketing”.

Si chiede, però, che il Governo presente e futuro garantisca più informazione e sicurezza sui farmaci no brand, dal punto di vista della qualità e della conoscenza, fornendo strumenti indipendenti ai medici per approfondire le proprietà farmacologiche dei principi attivi che prescrivono ai pazienti e del suo reale contenuto nella formulazione generica. Tutto questo deve essere accompagnato dalla fine del monopolio informativo in mano all’industria: “Le informazioni sui farmaci, generici e non, devono essere fornite dalla comunità scientifica dopo un’accurata valutazione delle evidenze disponibili per un uso più razionale dei farmaci, modificando le liste di trasparenza dell’AIFA che dovrebbero essere corredate degli esiti di studi di bioequivalenza, del confronto dei generici tra loro e della composizione degli eccipienti”.

“Non può essere la visita del rappresentante (solo in Italia definito “informatore scientifico”), l’unico veicolo di informazione utile per i professionisti della sanità, e noi sappiamo che non lo è per la stragrande maggioranza dei medici italiani”.

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