Farmaci, Eurispes: “imperialismo sanitario” di Big Pharma

Il caso Avastin potrebbe non essere isolato, ma frutto di un “imperialismo sanitario” dove poche grandi aziende farmaceutiche dominano il mercato e spendono milioni nel marketing per vendere i farmaci più “redditizi”, trascurando le malattie rare e le malattie “neglette”, quelle ormai debellate nelle aree ricche del mondo ma non nei paesi più poveri. E’ quanto afferma l’Eurispes che ricorda come, già nel Rapporto Italia 2012, avesse acceso i riflettori sul cosiddetto imperialismo sanitario: “La classifica delle prime dodici compagnie farmaceutiche stilata da Fortune 500 fa emergere chiaramente che esse sono tutte concentrate in pochi paesi (con forte preferenza statunitense), e connotate dalla “chilometricità” delle denominazioni, composte da diversi cognomi. Questi ultimi denotano una sorta di “nobiltà economica”, dal momento che derivano dal processo di fusione che continua a caratterizzare il settore farmaceutico, restringendo sempre di più il novero delle grandi aziende: è da qui che nasce la definizione di “Big Pharma”, a indicare una sorta di moloch, un sistema farmaceutico altamente concentrato e oligopolistico, che determina la condizione di salute o di malattia di milioni di persone”.

Sono industrie che hanno uffici marketing imponenti, che servono ovviamente a vendere i farmaci. L’Eurispes sottolinea al riguardo che “l’elenco degli 8 farmaci più venduti negli Stati Uniti, messi a confronto con le rispettive quote pubblicitarie, mettono in evidenza come, ad esempio, per un antiulcera si siano spesi in promozione 79,4 milioni di dollari con un ritorno di vendite di circa 3.649 milioni di euro”. E cita i dati di Medici Senza Frontiere: nel periodo dal 1975 al 1999, le case farmaceutiche hanno sviluppato ben 179 medicinali contro le malattie cardiovascolari, che pure incidono per non più dell’11% sul totale mondiale delle patologie.

“Il mancato accesso ai farmaci, anche a quelli essenziali – sottolinea il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara – è spesso dovuto a una motivazione così semplice che non si riesce a estirpare: la povertà. Quest’ultima, come è intuibile, è legata a filo doppio con la malattia: i poveri si ammalano di più, sia perché impossibilitati a curarsi, sia perché solitamente vivono in condizioni socio-ambientali che facilitano la proliferazione di morbi e virus. Senza dimenticare poi le cosiddette malattie ‘neglette’ che hanno la sfortuna di essere state ormai debellate nelle aree più ricche del mondo globale e di concentrarsi quasi esclusivamente nelle aree sottosviluppate, in quei paesi dotati di scarsa influenza politica ed economica, nelle zone prive di copertura mediatica. Sono malattie ‘dimenticate’ perché non fanno notizia nell’Occidente e non godono di attenzione politica. In più – come ulteriore aggravante – non producono profitti, ma solamente perdite: curare tali malattie costituirebbe un “fardello economico” per una industria farmaceutica che considera la malattia come un mercato, al pari degli altri. Sia le “malattie neglette”, sia quelle “rare” sono vittima del diniego del mercato farmaceutico, seppur per motivi diversi: le malattie che coinvolgono una fetta minoritaria della popolazione (per quanto si parli sempre di diverse migliaia di pazienti) non hanno una domanda sufficiente a stimolare gli appetiti delle case farmaceutiche. Le “malattie neglette” o “malattie della povertà” offrono, di contro, un mercato sterminato, data la loro diffusione numerica, ma difficilmente “solvibile”, in quanto posizionato in aree depresse. L’apatia delle case farmaceutiche nei confronti delle malattie trascurate e molto trascurate si accentua negli ultimi anni e si concretizza nel limitato numero di nuovi farmaci, alcuni dei quali, peraltro, risultano essere nuove formulazioni o combinazioni di entità chimiche già conosciute”.

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