HC BABY. Vaccini e nidi, si allarga il fronte di chi sostiene l’obbligo vaccinale

Al calo di vaccinazioni le istituzioni stanno cercando di rispondere con nuove politiche di prevenzione, con campagne di promozione vaccinale, con il ritorno dell’obbligo del vaccino per l’iscrizione alla scuola dell’infanzia e dell’obbligo. Il 2017 si è aperto non a caso con il confronto istituzionale fra Regioni e Ministero della Salute e con l’avvio di una “proficua interlocuzione” – così l’ha chiamata il Ministero –  sulla possibilità di avviare un intervento legislativo nazionale che renda obbligatorie le vaccinazioni.

L’obiettivo è dunque quello di andare verso una legge nazionale che uniformi i comportamenti delle diverse Regioni e preveda l’obbligatorietà delle vaccinazioni e il superamento della distinzione fra vaccinazioni obbligatorie e raccomandate. Anche perché durante l’ultimo anno le Regioni si sono mosse in ordine sparso. L’Emilia-Romagna a novembre 2016  ha introdotto l’obbligo delle vaccinazioni per iscrivere i bambini al nido, mentre risale solo a gennaio di quest’anno  il via libera della Toscana alla proposta di legge per rendere la vaccinazione obbligatoria per l’iscrizione al nido e alla scuola materna.

vaccinoLa preoccupazione di fondo è una: il calo delle vaccinazioni che negli anni si è registrato in Italia. Istituzioni, sigle mediche, pediatri denunciano il peso crescente dei movimenti no-vaccino e la generale insicurezza dei genitori, che hanno portato a una diminuzione ritenuta preoccupante e rischiosa per la salute di tutti, anche perché in molti casi si è andati, o si sta andando, sotto la soglia ritenuta di sicurezza del 95% di copertura vaccinale. I dati pubblicati dalla Direzione generale della prevenzione sanitaria del Ministero della Salute mostrano come dall’anno 2000, dopo un andamento in crescita, il numero dei vaccini somministrati abbia sostanzialmente rallentato. Le vaccinazioni incluse nel vaccino esavalente (anti-difterica, anti-tetanica, anti-pertossica, anti-polio, anti-Hib e anti-epatite B), generalmente impiegato in Italia nei neonati per il ciclo di base, avevano superato il 95%, soglia raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per la cosiddetta immunità di popolazione: infatti, se almeno il 95% della popolazione è vaccinata, si proteggono indirettamente coloro che, per motivi di salute, non si sono potuti vaccinare. Dal 2013 si sta invece registrando un progressivo calo, con il rischio di focolai epidemici di grosse dimensioni per malattie attualmente sotto controllo e addirittura ricomparsa di malattie non più circolanti nel nostro Paese. In particolare, nel 2015  la media per le vaccinazioni contro polio, tetano, difterite, epatite B, pertosse e Hib è stata del 93,4% (94,7%, 95,7%, 96,1 rispettivamente nel 2014, 2013 e 2012). Sebbene esistano importanti differenze tra le Regioni, solo 6 superano la soglia del 95% per la vaccinazione anti-polio, mentre 11 sono sotto il 94%. A preoccupare sono poi i dati della copertura vaccinale per morbillo e rosolia, che hanno perso ben 5 punti percentuali dal 2013 al 2015, dal 90,4% all’85,3%, incrinando la credibilità internazionale del nostro Paese , impegnato dal 2003 in un Piano globale di eliminazione di queste malattie.

Nel frattempo in Conferenza Stato-Regioni il 19 gennaio 2017 è stato approvato il Piano nazionale prevenzione vaccinale 2017/2019, che prevede come obiettivi prioritari quelli di mantenere lo stato Polio-free, di perseguire gli obiettivi del Piano Nazionale di Eliminazione del Morbillo e della Rosolia congenita e rafforzare le azioni per l’eliminazione, di garantire l’offerta attiva e gratuita delle vaccinazioni, l’accesso ai servizi e la disponibilità dei vaccini, di prevedere azioni per i gruppi di popolazione difficilmente raggiungibili e con bassa copertura vaccinale e di elaborare un Piano di comunicazione istituzionale sulle vaccinazioni.

asilo-nidoL’attenzione nei confronti dei nidi si porta dietro, a latere, un’altra considerazione: l’effettiva accessibilità dei nidi in Italia. Una ricerca condotta dalla Uil in 21 capoluoghi di regione per l’anno 2015/2016 ha messo in evidenza quanto il nido sia di fatto un miraggio e quanto continui la carenza ormai cronica di servizi per l’infanzia. Solo 13 bambini su cento frequentano un asilo nido comunale e convenzionato. L’offerta di posti negli asili nido delle diverse città è molto diversa, con punte minime nel Sud (a Catanzaro si copre appena l’1,5% della popolazione di riferimento, i bimbi fino a tre anni) e dati migliori al Centro Nord. Le rette degli asili nido costano in media 252 euro al mese, pari al 7% del reddito familiare, in aumento del 2,4% rispetto all’anno 2012-2013.

I servizi per l’infanzia sono davvero pochi: nelle città campione della ricerca fatta dalla Uil solo il 13% dei bambini fino a tre anni frequenta un asilo nido comunale o convenzionato. Nelle città capoluogo di regione gli asili nido pubblici o convenzionati sono 717 per 43 mila posti su una popolazione di bambini 0/3 anni di oltre 334 mila. Le  differenze territoriali continuano a essere elevate: Palermo soddisfa il 3,7% del fabbisogno, Bari copre il 3,9% della popolazione di riferimento e Napoli si ferma al 4,3% dei bambini 0-3 anni. Al contrario, Trento risponde al 28,1% della popolazione, Bologna copre il 24,9% del fabbisogno, Milano il 21,4% della popolazione di riferimento. Roma copre appena il 13,1% della popolazione, con poco più di 13 mila posti nido per 100 mila bambini.

Tutto questo non può che ripercuotersi sugli assetti familiari, sul budget delle famiglie, sulla vita occupazionale dei genitori e soprattutto delle donne. E in un’Italia che ancora arranca, non è un caso che molte ricerche dicano quello che le famiglie già sanno: in un contesto di crisi e di ristrettezze economiche ci si rivolge al welfare familiare e ai nonni, chiamati a sostituire baby sitter e nidi costosi. Nidi, Italia 2017: qualcosa bisogna fare.

 

@sabrybergamini

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