Legge 194, Federconsumatori: obiezione di coscienza non giustifica violazione diritti

In Italia, nonostante ci sia una legge (la 194) che consente alla donna di ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza in una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione, si incontrano spesso difficoltà ad abortire visto l’elevato numero di medici che si avvalgono dell’obiezione di coscienza. Federconsumatori riprende l’inchiesta pubblicata oggi da La Repubblica che conferma come nel nostro Paese la legge 194 risulta spesso inapplicabile.

Questo, di fatto, è una violazione del diritto di scelta sancito dalla Costituzione. L’obiezione di coscienza viene utilizzata mediamente dal 70% dei ginecologi italiani (in molte Regioni la percentuale arriva all’85%) e da oltre il 50% degli anestesisti.

L’Associazione dei consumatori ricorda che secondo l’articolo 9 della legge 194 “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 (cioè gli aborti motivati da patologie o particolari condizioni di salute della donna o del feto) e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza. La Regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale”.

“Medici e ospedali, quindi, non possono semplicemente fare ricorso all’obiezione per ignorare le richieste di tali interventi, ma devono comunque fare in modo che le scelte e i diritti delle donne vengano rispettati.   L’impossibilità di accedere legalmente all’aborto ha conseguenze disastrose: le cronache ci parlano di sequestri massicci di farmaci abortivi e di donne che muoiono di setticemia durante interventi clandestini, o che rischiano la vita tentando pericolosissime ‘soluzioni casalinghe’. Il Governo e gli Enti Locali non possono più ignorare quella che si configura come una vera e propria emergenza e hanno il dovere di studiare provvedimenti che garantiscano alle pazienti cure e assistenza – conclude Federconsumatori – Nessuna obiezione può giustificare la violazione dei diritti conquistati delle donne”.

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