Riorganizzazione ospedaliera, Cittadinanzattiva: non considerare solo i posti letto

“Se si procede ad una riorganizzazione della rete ospedaliera utilizzando il solo criterio del numero dei posti letto, si rischia di fare delle scelte paradossali che non garantiscono ai cittadini un’assistenza sanitaria pubblica accessibile, efficiente, efficace, di qualità e sicura. Non vogliamo difendere strenuamente il posto letto, ma sappiamo che non si può procedere con criteri prevalentemente ragionieristici”. A sostenerlo è Cittadinanzattiva. La riorganizzazione è una delle novità più importanti contenuta nel Patto per la Salute a cui lavorano da mesi ministero e Regioni e che, molto probabilmente, verrà presentato nelle prossime settimane dal riconfermato ministro Beatrice Lorenzin.

In vista della presentazione del documento, Cittadinanzattiva ha presentato oggi al Ministro della Salute, alla Conferenza delle Regioni e alle Commissioni parlamentari competenti per materia una ricognizione effettuata attraverso le sue sedi sul territorio per evidenziare alcune criticità che verrebbero fuori dall’ipotesi di chiusura di 175 piccoli ospedali con meno di 120 posti letto. Sono emersi non pochi paradossi. Ad esempio, nella lista dei 175 ospedali da chiudere, sono presenti strutture sulle quali si sono fatti grandi investimenti economici, nell’ultimo periodo, di ammodernamento o adeguamento strutturale. Per citarne alcuni: Valdese di Torino (già chiuso); Ospedale Filippo del Ponte di Varese, dove la ristrutturazione è quasi completata; Ospedale di Asola (Modena) completamente ristrutturato; Ospedale di Ozieri (Sassari), ammodernato e potenziato; Trasferimento del reparto di chirurgia generale e ortopedia dal Presidio ospedaliero di Trani (tutto ristrutturato) al PO di Bisceglie (dove la sala operatoria non è a norma).

L’ospedale di Matelica nelle Marche verrà chiuso, ma qui i collegamenti stradali sono precari, l’assistenza domiciliare funziona solo 5 giorni a settimana con personale insufficiente, per i trasporti di urgenza sono disponibili due elisoccorsi, di cui uno però non vola di notte e di inverno viaggia solo 6 ore su 24.

In Abruzzo ci sono alcune contraddizioni: Teramo, la provincia più piccola della regione, manterrebbe tutte e quattro le strutture ospedaliere, Pescara avrebbe un solo ospedale in tutta la provincia, Chieti e l’Aquila invece tre

L’ospedale Angelucci di Subiaco (Roma) rientra nella lista degli ospedali da chiudere. La sua popolazione, che ammonta a circa 34500 abitanti, è costitutiva per quasi un terzo da ultra 65enni (dati Istat 2009); l’area afferente al distretto sanitario 4, di cui fa parte, è la più povera del Lazio, con un reddito procapite inferiore del 7% a quello medio regionale. Inoltre, per percorrere Subiaco-Tivoli occorrono circa 50 minuti e gli abitanti di Vallepietra, che normalmente fanno riferimento all’ospedale di Subiaco, per giungere a Tivoli impiegano circa una ora e mezza.

 “Occorre organizzare e riqualificare i servizi socio-sanitari al fine di offrire le giuste tutele in termini di tempestività e sicurezza, soprattutto nella capacità di trattare le emergenze e rispondere sui territori in cui si vive all’effettivo bisogno di salute, in particolare nelle condizioni di cronicità e fragilità. Tutto ciò non potrà essere realizzato se non si analizza la realtà nella quale si vuole intervenire, non si garantisce la ”contemporaneità” delle riconversioni e del potenziamento dell’assistenza territoriale, e non si coinvolge nel processo la cittadinanza e le organizzazione civiche e di pazienti” spiega Tonino Aceti, responsabile del Tribunale dei diritti dei malato che ha messo a punto otto Raccomandazioni Civiche:

1.   Il processo di riorganizzazione dell’assistenza ospedaliera non può basarsi sul solo numero di posti letto presenti nella struttura.

2.   A monte della decisione, è necessaria una valutazione del fabbisogno, una indagine epidemiologica e una mappatura dei servizi esistenti.

3.   La scelta di chiusura o riconversione degli ospedali deve essere fatta considerando fattori come:

       Fabbisogno di salute della popolazione di quella specifica zona;.

       Incidenza di particolari patologie croniche su quel territorio.

       La presenza di altre strutture ospedaliere nelle zone limitrofe (che possano configurare eventuali situazioni di duplicazioni di presidi).

       Qualità e sicurezza delle strutture che dovranno essere chiuse o riconvertite.

       Caratteristiche specifiche di quel territorio in termini di orografia e flussi turistici (come zone montane, piccole isole, …).

   Esistenza di un servizio di trasporto efficace e tempestivo dalla zona dove verrà chiusa la struttura agli ospedali che rimarranno attivi, in particolare in caso di urgenze e di servizi a esso collegati (es. emodinamiche, stroke unit, etc.)

    Qualità, accessibilità e capacità di rispondere ai bisogni della popolazione (efficacia) da parte dell’assistenza territoriale presente su quel territorio: diffusione del servizio ADI, case della salute, lungodegenze, riabilitazione, ……..

4.   Garantire la contemporaneità degli interventi legati alla riconversione.

5.Garantire un’organizzazione dell’offerta socio-sanitaria territoriale e di prossimità adeguata a farsi carico del bisogno di salute della comunità.

6.   Garantire la sicurezza degli interventi di emergenza-urgenza, assicurando una corretta e razionale dislocazione dei servizi ed essi dedicati, anche attraverso processi di riconversione (Punti di primo soccorso, DEA I e II livello, etc.), un numero congruo di ambulanze medicalizzate, il funzionamento H24 del servizio di elisoccorso, la distribuzione di servizi collegati alla gestione delle emergenze come le emodinamiche.

7.   Prevedere spazi di condivisione e partecipazione delle comunità locali e delle organizzazioni civiche e di pazienti ai processi di riorganizzazione della rete ospedaliera e dei servizi territoriali, nonché sulla valutazione costante (es. audit civico) dell’impatto della scelta maturata ed attuata.

8.   Prevedere un piano di comunicazione rivolto alla cittadinanza sulla riorganizzazione.

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