Sanità pubblica, Rapporto Gimbe: l’impatto degli sprechi sul SSN

“Anche se non esiste un disegno occulto di smantellamento e privatizzazione del servizio sanitario nazionale, continua a mancare un programma politico di medio-lungo termine per salvaguardarla”. Lo denuncia la Fondazione Gimbe nel suo Secondo Rapporto sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.

Secondo le stime del Rapporto, il fabbisogno del SSN sarà di € 210 miliardi, cifra che può essere raggiunta solo con l’apporto costante di tre “cunei di stabilizzazione”: piano nazionale di disinvestimento da sprechi e inefficienze, incremento della quota intermediata della spesa privata e, ovviamente, adeguata ripresa del finanziamento pubblico.

In assenza di un programma di tale portata, la lenta trasformazione verso un sistema sanitario misto sarà inesorabile, consegnando definitivamente alla storia il nostro tanto invidiato sistema di welfare. Ma, se anche questa sarà la strada, la politica non potrà esimersi dal giocare un ruolo attivo, avviando una rigorosa governance della delicata fase di transizione con il fine di proteggere le fasce più deboli e di ridurre al minimo le diseguaglianze.

Quatto i punti critici fondamentali: sprechi e inefficienze (si calcola che ogni 10 euro di spesa almeno due siano sprecati); finanziamento pubblico; nuovi LEA; sanità integrativa.

Per quanto riguarda il finanziamento pubblico, Gimbe sottolinea che la spesa sanitaria in Italia continua a perdere terreno, sia considerando la percentuale del Pil sia soprattutto la spesa pro-capite, inferiore alla media Ocse (3.245 dollari vs 3.976 dollari), che posiziona l’Italia prima tra i Paesi poveri dell’Europa. Inoltre, il DEF 2017, Documento di Economia e Finanza, ha ridotto la percentuale di spesa da destinare alla sanità.

I nuovi LEA, oltre ad essere di difficile applicazione proprio per la criticità del finanziamento pubblico, comportano situazioni paradossali: vengono infatti rimborsate prestazioni futili mentre non ne vengono garantite alcune indispensabili.

Riferendosi alla sanità integrativa, il Rapporto Gimbe ricorda che dei quasi 35 miliardi di euro di spesa privata, l’88% in Italia è a carico dei cittadini, con una spesa pro-capite annua di oltre 500 euro. “Le varie forme di sanità integrativa, precisa Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, “intermediano” infatti solo il 12,8% della spesa privata, collocando l’Italia agli ultimi posti dei paesi dell’Ocse. Peraltro, la frammentazione legislativa ha generato un paradosso inaccettabile: se i fondi sanitari integrativi non possono coprire prestazioni essenziali, molte di queste oggi vengono sostenute dalle assicurazioni private, che si stanno insinuando tra incertezze delle Istituzioni e minori tutele della sanità pubblica, rischiando di trasformare silenziosamente, ma inesorabilmente, il modello di un Ssn pubblico, equo e universalistico in un sistema misto”.

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