Anziani, Auser-Spi Cgil: famiglie tagliano i consumi per pagare badante

La non autosufficienza di un anziano cambia l’assetto della famiglia. L’assistenza sanitaria e il lavoro di cura costano. E raramente le famiglie possono coprire con facilità tutte le spese. Più spesso devono intaccare i risparmi. Oltre il 76% delle famiglie impegnata in cura e assistenza ha fatto delle rinunce: a una migliore assistenza per la persona da curare  (40,4%), oppure a spese sanitarie (26,4%) o hanno ridotto i consumi alimentari (33,2%). Il costo della badante è sempre più insostenibile. Quasi la metà delle famiglie ha ridotto i consumi pur di mantenere il collaboratore familiare. E non pochi hanno considerato l’ipotesi che un membro della famiglia potesse rinunciare al lavoro per “prendere il posto” della badante.

anzianiI dati vengono dalla ricerca Auser e Spi Cgil “Problemi e prospettiva della domiciliarità. Il diritto di invecchiare a casa propria”, pubblicata di recente, che fa il punto su una situazione sempre più preoccupante. In sintesi: “Cresce il numero di anziani bisognosi di cure, ma diminuisce il numero dei caregiver famigliari, soprattutto le donne – si legge nella sintesi online dello studio – Gli anziani del futuro avranno pensioni più basse e questo inciderà sul mercato privato di cura. Una situazione che potrà compromettere seriamente il futuro dell’assistenza domiciliare degli anziani non autosufficienti nel nostro Paese. Con conseguenze gravissime per milioni di famiglie”. “Siamo in presenza di profonde trasformazioni nella nostra società, prima fra tutte quella dell’invecchiamento della popolazione – ha detto il segretario generale dello Spi-Cgil Ivan Pedretti – Quella della non autosufficienza è una vera e propria emergenza nazionale che riguarda da vicino non solo tanti anziani ma anche e soprattutto le loro famiglie. È uno dei grandi temi del nostro tempo, che la politica finora ha fatto però finta di non vedere. Serve una legge nazionale, servono risorse e serve ripensare il nostro sistema di welfare che altrimenti rischia così di non reggere“.

Le tendenze di sviluppo generale dicono che aumenta la popolazione anziana e urbana. Nel 2045 si prevede che le persone con più di 65 anni saranno un terzo della popolazione, il 33,7%.  La popolazione totale diminuirà del 3,5% arrivando a 58milioni e 600mila e per il 78% sarà concentrata nelle città. L’altro problema con cui fare i conti è l’aumento delle persone non autosufficienti. Non necessariamente la longevità è collegata con la non autosufficienza, ma si prevede comunque un aumento di 300mila non autosufficienti al 2025, 1.250.000 al 2045 e 850.000 nel 2065. Le famiglie sono a loro volta sempre meno in grado di prendersi cura degli anziani, un’attività che ricade soprattutto sulle spalle delle donne.

Avanza la povertà, che diventa un rischio reale nel momento in cui si garantisce l’assistenza a un anziano non autosufficiente. Una ricerca Censis del 2015 evidenzia che oltre 561mila famiglie hanno dovuto utilizzare tutti i propri risparmi o vendere l’abitazione (anche in nuda proprietà) o indebitarsi in altre forme per far fronte ai costi dell’assistenza ad un familiare non autosufficiente. Sempre il Censis stima in 9 miliardi l’anno la retribuzione per le badanti e in 4,6 miliardi le spese medico sanitarie come  farmaci, analisi, visite, trattamenti riabilitativi. Una famiglia con una persona non autosufficiente deve affrontare una spesa sanitaria privata pari a più del doppio rispetto alle altre famiglie italiane.

Di conseguenza la non autosufficienza di un familiare è un evento che cambia l’assetto di una famiglia. “Solo il 23,8% di coloro che lo hanno affrontato dichiarano di essere stati in grado di coprirne le spese. Ma per pochi di questi (14,3%) il reddito è stato sufficiente. La maggior parte hanno dovuto intaccare i risparmi o ricorrere all’aiuto di amici e parenti – si legge nella ricerca – Nella stragrande maggioranza dei casi (76,2%) le famiglie non sono state in grado di provvedere integralmente all’assistenza e hanno dovuto fare delle rinunce: hanno rinunciato ad un maggiore livello di assistenza per la persona da curare (40,4%), oppure a spese sanitarie (26,4%) o hanno ridotto i consumi alimentari (33,2%)”.

Fra le voci in uscita c’è quella relativa al lavoro di cura informale, quello di badanti e collaboratori familiari. I costi di questo welfare informale gravano sui bilanci delle famiglie. La spesa media mensile è di 667 euro ma solo il 31,4% delle famiglie riesce a ricevere una qualche forma  di sostegno pubblico, rappresentato perlopiù dall’Accompagno (19,9%). Per sostenere i costi, si corre ai ripari tagliando i consumi e i risparmi, qualche volta indebitandosi. La maggioranza delle famiglie, il 56,4%, non riesce a far fronte a questi costi (che pesano per il 29,5% sul reddito familiare) dunque “taglia”: il 48,2% ha ridotto i consumi, pur di mantenere il collaboratore; il 20,2% ha intaccato i propri risparmi; addirittura il 2,8% delle famiglie si è dovuta indebitare. Molte famiglie (il 15,1% ma al Nord la percentuale arriva al 20%), hanno dichiarato di considerare l’ipotesi che un membro della famiglia possa rinunciare al lavoro per “prendere il posto” della badante.

Il problema non riguarda solo l’oggi ma anche gli anziani del futuro, che non avranno le risorse per garantirsi l’assistenza. “La precarizzazione del mercato del lavoro – si legge nella ricerca – è una bomba ad orologeria che grava sulla vita degli anziani di domani soprattutto dei futuri non autosufficienti che avranno enormi difficoltà ad affrontare i costi delle cure di cui avranno bisogno”. I più a rischio sono i Neet, i giovani tra i 15 e i 34 anni che non lavorano e non studiano.

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