Equo compenso legittimo, ma è una tassa a tutti gli effetti

L’equo compenso per copia privata introdotto dal decreto Bondi per remunerare gli artisti è legittimo. A dirlo è stato il Tar del Lazio rigettando i ricorsi presentati contro il provvedimento da alcune grandi industrie di elettronica ed Associazioni dei consumatori.  

Help Consumatori ha approfondito la notizia con Marco Pierani, Responsabile delle Relazioni Istituzionali per Altroconsumo, una delle Associazioni che si sono battute da subito contro il decreto.  

In breve ci può spiegare le motivazioni del Tar?

“La notizia è che il Tar conferma la legittimità a tutti gli effetti del decreto Bondi. Il Tribunale ha rigettato tutte le istanze dei ricorrenti e cioè di diverse imprese di tecnologia e telecomunicazioni che ritenevano illegittimo e assurdo questo allargamento dell’equo compenso a tutti i dispositivi elettronici, fino a cellulari e decoder. L’unica apertura che fa il Tar è quella relativa al business use. Poiché l’equo compenso è collegato al concetto di copia privata, se il device è acquistato dalla pubblica amministrazione o da un professionista per attività che non abbiano nulla a che vedere con quelle del consumatore finale, allora non va applicato. Per tutto il resto il decreto Bondi è legittimo. Il Tar dice anche una cosa abbastanza sconfortante: chiarisce una volta per tutte che l’equo compenso è una tassa a tutti gli effetti e che va pagato anche se non c’è un diretto collegamento rispetto all’uso effettivo per fare copie da parte del consumatore finale. Questo per noi è una conferma perché abbiamo sempre sostenuto che l’equo compenso è una tassa ed è iniqua, però nel momento in cui a dirlo è un Tribunale bisogna riflettere sull’efficienza di questa tassa, cioè su come viene raccolta e, soprattutto, come viene ridistribuita agli aventi diritto. Com’è noto, infatti, solo i grandi artisti prendono qualcosa da tutto questo, mentre la Siae si trattiene gran parte di quello che viene prelevato”.

“Sulla inefficienza della Siae il Tribunale non era chiamato a pronunciarsi, ma nella direttiva si dice che deve esserci un sinallagma tra la copia privata e l’equo compenso. A questo punto il problema diventa politico: se la legislazione italiana dà questa tassa in monopolio alla Siae si apre un problema politico perché non è possibile che la Siae abbia un monopolio su questo e  continui ad operare con un’inefficienza evidente a tutti. A tal proposito di recente è stata anche avviata un’inchiesta in Parlamento, partita dagli scandali sugli investimenti fatti dalla Siae in azioni Lehman”.

La pronuncia del Tar è in linea con la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea?

“La Corte di Giustizia Europea aveva aperto altri possibili appigli per il Tribunale per ragionare sull’effettiva equità di questa tassa. Noi, ad esempio, parlavamo anche di aiuti di Stato perché sostanzialmente si aiuta sia la Siae sia l’industria di questi prodotti. Ma il problema grosso è che se questo deve essere il modello per finanziare l’attività creativa e culturale del nostro paese siam messi molto male. E’ assurdo che siano i cittadini a finanziare il sistema, senza efficienza e senza trasparenza. Il problema sugli aiuti di Stato comunque è stato aggirato nel momento in cui a pagare sono i consumatori”.

Il decreto Bondi, quindi, adesso è completamente in vigore (lo è da marzo 2010) e se non ci saranno ricorsi al Consiglio di Stato la cosa rimarrà così. Ma sul prezzo del prodotto che si acquista non c’è nessuna indicazione che parla di equo compenso?

“Questa è un’altra cosa che noi abbiamo eccepito, ma il Tar non si è pronunciato perché non era materia del contendere. Noi avevamo criticato anche la mancanza di indicazione di quanti sono i soldi che vanno alla Siae del costo finale del prodotto”.

La cosa è ancora aperta?

“Purtroppo il Tar ha chiuso la discussione sulla legittimità del decreto Bondi, che per noi resta una porcheria anche per il modello di business che si vuole introdurre sull’attività creativa e culturale del nostro Paese. Ma ne apre uno importantissimo sulla legittimità dell’operato della Siae. Noi abbiamo presentato un emendamento per chiedere l’abolizione del monopolio della Siae. Era stato appoggiato da alcuni parlamentari dei Radicali e dell’Idv, ma non è entrato nel maxiemendamento al decreto liberalizzazioni”.

di Antonella Giordano

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