Macerata: l’appello: “Chi usa parole d’odio è complice di chi spara”

“Chi usa le parole d’odio è complice di chi spara”. È una presa di posizione decisa quella che viene da Carta di Roma, Ordine dei giornalisti e Federazione della stampa nei confronti delle parole usate dal mondo dell’informazione per raccontare migrazioni e migranti. “Il raid xenofobo compiuto a Macerata da un giovane di 28 anni a danni di sei migranti (feriti da colpi di arma da fuoco) segna un limite oltre il quale c’è il baratro. Le parole sbagliate spingono tutti verso il fondo. Le responsabilità di chi racconta i fatti sono centrali. Chi usa le parole di odio è complice di chi spara”.

Così scrivono Associazione Carta di Roma, Articolo 21, Fnsi, Ordine dei giornalisti e Usigrai che sono impegnati “contro le parole di odio e promuovono un discorso corretto e informato, non “buonista”, su migranti e profughi”.

L’appello fatto ai giornalisti e ai cittadini è quello di stare alla larga da un linguaggio che diventa esso stesso aggressione e fonte di discriminazione, nonché di allarme ingiustificato per la presenza stessa dei migranti. Un tema quanto mai attuale, se si considera che il raid fascista e terrorista di Macerata sembra aver finito per alimentare di nuovo il dibattito sulle dimensioni  e sull’impatto delle migrazioni più che sul rischio che ideologie violente e razziste si traducano in minacce e terrore nei confronti dello “straniero”. Non è un caso, dunque, che proprio oggi è intervenuta anche l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che ha richiamato le emittenti radiotelevisive al rispetto della dignità umana e alla prevenzione delle parole di incitamento all’odio.

Nel rapporto 2017 “Notizie da paura”, ricordano nel loro appello Carta di Roma, Articolo 21, Odg e Federazione della Stampa, la Carta di Roma ha registrato “un incremento dei toni allarmistici utilizzati nel racconto dell’immigrazione all’interno della stampa e della televisione nazionale. Notizie e servizi in cui lo “straniero” è autore di reato, è una minaccia all’ordine pubblico, è un invasore, un usurpatore di servizi. Notizie in cui si effettua una generalizzazione tra il protagonista – migrante o profugo – e l’appartenenza a un’etnia, una razza o una religione specifici”.

Si sono letti titoli discriminatori nei confronti di migranti, “africani”, “islamici”. “Questo complessivo innalzamento di toni è arrivato a legittimare azioni discriminatorie e razziste, e chi ha scelto questa strada, l’ha percorsa deliberatamente e con consapevolezza – si legge nell’appello – Noi scegliamo di percorrere una strada differente, una strada fatta di ponti, non muri. Una strada lunga, come i fatti di Macerata ci suggeriscono, e condivisa da tutti coloro che credono nella coesione e non nella divisione, ma sopratutto che credono nella Costituzione italiana che dice chiaramente che «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». La Costituzione è antifascista e antirazzista, e su questi stessi valori si fonda l’articolo 21 che difende la libertà di stampa”. 

Sotto accusa, evidentemente, c’è il modo in cui viene raccontata la cronaca. Ci sono le parole e le immagini usate, tanto più pesanti quanto più incidono su fatti violenti e tragici, quali sono l’omicidio di Pamela Mastropietro e il raid di Luca Traini. E dunque sul caso è intervenuta anche l’Agcom, che non cita espressamente quanto accaduto a Macerata ma spiega di aver deliberato “un forte richiamo a tutte le emittenti radio-televisive ad assicurare il più rigoroso rispetto, nell’ambito dei programmi di informazione e di intrattenimento, dei principi fondamentali quali il rispetto della dignità umana e la non discriminazione e a prevenire forme dirette o indirette di incitamento all’odio, basato su etnia, sesso, religione o nazionalità”. Questi principi, dice l’Autorità, “assumono particolare rilievo alla luce di recenti allarmanti fatti di cronaca che mostrano come sia reale e concreto il rischio che i discorsi d’odio possano tradursi in efferati atti criminali e che possano alimentare un clima di paura o allarme sociale e per questa via contribuire alla divisione e alla discriminazione”.

In questo contesto l’Agcom, nel riconoscimento della libertà editoriale, “ritiene preoccupanti particolari scelte di narrazione e di diffusione di immagini su argomenti di cronaca criminale nelle quali si ripropongono letture semplicistiche e stereotipate di fenomeni complessi quali l’immigrazione e l’integrazione, travisando la veritiera e oggettiva rappresentazione dei fatti stessi, isolatamente considerati”. Da qui il richiamo a criteri di verità, al rispetto della dignità umana, al rifiuto dell’incitamento all’odio e alla discriminazione.

 

Notizia pubblicata il 07/02/2018 ore 17.16

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