Minori stranieri e cittadinanza, è ora di cambiare la legge

Stranieri in terra natìa. Rischiano di essere stranieri nel paese dove sono nati, dove vivono e vanno a scuola, l’unico paese che spesso conoscono perché quello dei genitori è una meta lontana – magari non ci sono mai stati o ci vanno solo in vacanza a trovare i nonni. È la condizione delle seconde generazioni di immigrati, nati in Italia da genitori stranieri ma senza cittadinanza italiana.

Detto con le parole di Miguel, 15 anni: “I miei genitori sono del Perù. Io invece sono italiano. Come faccio a essere peruviano, se in Perù non ci sono mai stato?”. È la testimonianza riportata dalla Comunità di Sant’Egidio nel libro Figli d’Italia (Fondazione Allori) presentato oggi a Roma durante il convegno organizzato dall’Adoc dal nome poetico (“Un fiore è del giardino in cui nasce”) e dal contenuto estremamente attuale: la necessità di intervenire per garantire il diritto alla cittadinanza agli immigrati di seconda generazione, a minori nati e vissuti in Italia ma che non vengono riconosciuti cittadini italiani, quindi di riformare una legge ormai antiquata.

La legge che regola la cittadinanza italiana (n. 91 del 1992) è tutta basata sullo ius sanguinis, il diritto di sangue: si è italiani per discendenza. È una legge fatta a misura di un paese di emigranti, ma l’Italia è cambiata: è diventata paese di immigrazione e c’è dunque la necessità di riconoscere i diritti di chi nasce in Italia da genitori immigrati o vi arriva da piccolo. La proposta, avanzata ormai da tempo e dalle più diverse istanze, è di introdurre lo ius soli, ovvero l’acquisizione della cittadinanza per il fatto di essere nati sul territorio italiano. Le proposte di legge in Parlamento ci sono e nessuna contempera in realtà uno ius soli puro. Quella che ha raccolto più consensi trasversali, la proposta Sarubbi-Granata, prevede ad esempio il riconoscimento della cittadinanza a chi sia nato in Italia da genitori stranieri di cui almeno uno legalmente soggiornante da almeno cinque anni e residente, oppure da almeno un genitore nato in Italia e legalmente residente da almeno un anno, o al figlio minore di genitori stranieri che abbia completato in Italia l’istruzione primaria, secondaria, o un percorso di istruzione e formazione professionale.

Quello che manca in Italia è infatti il riconoscimento di qualsiasi forma di acquisto della cittadinanza basato sulla nascita o su un percorso di integrazione scolastica o sociale, con il risultato di avere una generazione di giovanissimi che rischiano di diventare stranieri in patria. Sono nati in Italia, parlano italiano, vivono in Italia, spesso neanche conoscono il paese d’origine, eppure non sono riconosciuti italiani. E lo scoprono quando magari, durante il liceo, non possono andare in gita scolastica a Londra, o a Parigi, perché vengono bloccati alla frontiera o in aeroporto. Non è un fenomeno marginale. Secondo il dossier statistico Immigrazione 2011 Caritas Migrantes, i minori figli di stranieri sono quasi un milione fra bambini nati qui e arrivati con ricongiungimento familiare. Le seconde generazioni sono più di 600 mila e rappresentano oltre un decimo della popolazione straniera in Italia. È tempo di intervenire, dunque.

Spiega Carlo Pileri, presidente Adoc: “I bambini che nascono in Italia da coppie di immigrati, che studiano nelle nostre scuole, parlano la nostra lingua, credono nelle nostre istituzioni, rispettano la nostra bandiera più di quanto facciano tanti italiani e perfino alcuni deputati eletti in Parlamento, credono nel Presidente della Repubblica, non sono italiani e non sono neanche del loro paese di origine, perché in quel paese magari non ci sono mai stati. Bisogna rimettere la storia in carreggiata. Questa non è più la storia di cinquant’anni fa, quando in Italia gli stranieri venivano per passeggiare nella via Veneto della Dolce Vita. È un’Italia in cui ci sono tanti stranieri che vengono qui per lavorare e bisogna dar loro non solo speranza ma anche diritti”.

La richiesta di cambiare la legge sulla cittadinanza fa fatica a passare. Da dove vengono le resistenze? “Ci sono paure di perdere un’identità di popolo, e ci sono resistenze che derivano dal fatto che non si tiene conto che l’Italia e l’Europa sono cambiate – spiega Pileri – L’asse dell’economia mondiale si sta spostando in Asia, in Sud America, grossi flussi di lavoratori vengono dall’Est Europa e dall’Africa: questo non può essere ignorato se non rischiando di creare dei guai peggiori di quelli che si vorrebbero evitare. La non integrazione può portare gravi conseguenze nel breve e soprattutto nel lungo termine. Invece, creare un mondo globalizzato e un’Europa che riceve popolazioni da tutte le terre è un’esigenza e uno sforzo culturale che va fatto”.

Spiega Maria Quinto, della Comunità di Sant’Egidio: “È maturo il tempo di un cambiamento della normativa, perché il sentire comune è cambiato e perché la normativa è arretrata”. Attualmente, i figli di stranieri possono chiedere la cittadinanza a 18 anni. Ma non è semplice e il percorso burocratico è pieno di ostacoli. Oltretutto, hanno facoltà di chiedere la cittadinanza solo entro un anno dal raggiungimento della maggiore età, e devono aver risieduto in Italia legalmente e senza interruzione. Spiega Quinto: “Ci sono ragazzi nati in Italia, sempre vissuti in Italia, che hanno 18 anni ma non hanno la cittadinanza perché occorre essere residenti qui dalla nascita. E non sempre il genitore ha la residenza, anche se ha un regolare permesso di soggiorno. Questo perché negli anni passati la conoscenza della normativa era carente. Anche se sei regolare e residente, poi, in 18 anni non devi mai aver avuto la residenza cancellata”. Così, se si è fatto un semplice cambio di residenza ma la comunicazione fra amministrazioni comunali ha avuto qualche “buco”, viene tutto rimesso in discussione.

Poi c’è il caso dei minori che arrivano qui da piccoli, seguono in Italia tutte le scuole, ma in gita scolastica vengono bloccati in aeroporto perché non risultano cittadini italiani. “C’è l’urgenza di mettere fine a questa disparità  – spiega la rappresentante della comunità di Sant’Egidio – C’è infatti il rischio di aumentare il senso di estraneità in giovani che sono una risorsa importante per il nostro paese. Credo che facilitare la cittadinanza aiuti la modernizzazione e l’inclusione europea del nostro paese”.

Serve per evitare che Miguel, Tayeb, Samira e con loro tanti altri nuovi italiani vengano respinti proprio da quel paese che dovrebbe essere la loro casa.

di Sabrina Bergamini

2 Commenti a “Minori stranieri e cittadinanza, è ora di cambiare la legge”

  1. Carlo Pileri ha detto:

    Bell’articolo, rende perfettamente lo spirito della iniziativa

  2. marco appiotti ha detto:

    http://lanostrascuolare.wordpress.com/2011/11/17/diverse-culture-si-incontrano-a-scuola-video-n-7/

    Al link segnalato trovate un video che parla di come sia possibile l’incontro di diverse culture a scuola. Fa parte
    di un progetto video ideato, autoprodotto e distribuito sul web da alcuni genitori dei nidi e delle scuole dell’infanzia comunali di reggio emilia. Si tratta di una trentina di brevissimi video (di cui finora 14 trasmessi) in cui i genitori raccontano la propria
    esperienza di partecipazione attiva alla vita della scuola.

    Contro possibili tagli abbiamo scelto non la protesta ma la sensibilizzazione, cercando di affermare il valore che ha per noi la scuola e mettendoci in gioco in prima persona.

    Nel sito/blog trovate tutte le info:
    http://www.tinyurl.com/lanostrascuola

    tutti i video finora pubblicati sia nel sito (alla voce di menù “video
    racconti”) sia nel canale youtube http://www.youtube.com/lanostrascuola

    Aggiornamenti e video sul canale facebook
    http://www.facebook.com/lanostrascuola

    Grazie per l’attenzione
    un saluto

    marco, papà di marcello