Non solo farmaci. Gli italiani usano i dispositivi medici ma temono i tagli

Gli italiani sono preoccupati che i tagli alla sanità, imposti da politiche di contenimento della spesa pubblica, possano portare a una caduta di qualità dei dispositivi medici. Il caso delle protesi mammarie Pip difettose è emblematico di questa preoccupazione, che diventa ancor più comprensibile se si considera che sono 11,2 milioni gli italiani che usano un dispositivo medico – sia esso un tutore o un busto ortopedico, un protesi acustica o un  pacemaker. C’è un boom del ricorso al privato per tutta la diagnostica per immagini: per tac, ecografie, mammografie, rx, ci si rivolge sempre più spesso alle strutture private, che hanno tempi di attesa ridotti di un quarto rispetto al pubblico e costi più che tripli.

Che la sanità non sia solo farmaci e ospedali, ma comprenda l’uso di dispositivi medici a tutela e miglioramento della qualità di vita di milioni di persone è fotografato dal Censis: “la vasta e diversificata gamma di dispositivi medici – si legge nella ricerca “Non solo ospedali e farmaci” realizzata per Assobiomedica e presentata oggi a Roma – è una componente decisiva della vita di oltre 11 milioni di persone che li utilizzano nel quotidiano”, ai quali garantiscono una migliore qualità di vita. Si sta parlando di 6,3 milioni di persone che usano tutori, plantari, busti ortopedici, ginocchiere; di 2,3 milioni che utilizzano il lettore per la determinazione rapida della glicemia; di 1,5 milioni di persone che si avvalgono di ausili per la mobilità personale, come stampelle, deambulatori, carrozzine, sollevatori per alzarsi dal letto; di 1,3 milioni che convivono con impianti per la cardiostimolazione, come il pacemaker; di 1 milione di persone che usa apparecchi e protesi acustiche.

Spiega il presidente del Censis Giuseppe De Rita: “Il valore fondamentale di questo settore è il rapporto con la quotidianità. L’altro elemento è la personalizzazione”. Quotidianità, perché sono strumenti e dispositivi che hanno un impatto quotidiano sulla vita delle persone e che spesso permettono di rientrare nella quotidianità e viverci meglio; personalizzazione, perché il 59% delle persone ha potuto scegliere alcune caratteristiche fondamentali del proprio dispositivo medico. E non a caso, il 69% degli italiani è disposto a pagare di più di tasca propria per avere un dispositivo personalizzato e adattabile alle proprie esigenze.

Pagare di più è anche la scelta che fanno tutti coloro che si rivolgono al privato. Negli anni si è assistito infatti a un boom del ricorso alle strutture private a pagamento intero per tac, ecografie, mammografie e rx: nel periodo 2005-2011 è triplicata la percentuale di persone che hanno effettuato nel corso dell’anno accertamenti tramite la diagnostica per immagini in strutture private a pagamento intero. Si è passati infatti dal 5,6% del totale delle persone che hanno eseguito accertamenti medici nel 2005 a oltre il 18% nel 2011.

La motivazione principale è quella di evitare le lunghe liste di attesa del settore pubblico: il 68% dei cittadini che è ricorso al privato lo fa infatti per la lunghezza della liste di attesa, mentre il 33% dichiara di volersi rivolgere a strutture di propria fiducia. Nelle strutture pubbliche – evidenzia la ricerca del Censis – occorrono in media 58 giorni per accedere ad accertamenti tramite la diagnostica per immagini, contro i 38 giorni necessari nelle strutture private convenzionate e i 15 giorni richiesti nelle strutture private. Nel privato a pagamento intero il tempo d’attesa è pari a un quarto rispetto al pubblico, mentre i costi sono pari a più del triplo.

Gli annunci di contenimento della spesa pubblica nel settore sanitario preoccupano, e non poco, per le ripercussioni che questi potranno avere sulla qualità della prestazioni e dei dispositivi medici e per il rischio che si acquistino semplicemente prodotti che costano meno, e che il minor costo significhi semplicemente minore qualità. Quasi il 60% degli italiani pensa che la necessità di contenere la spesa sanitaria acquistando prodotti medicali al prezzo più basso determini seri rischi per la salute: fra questi, il 43,8% pensa che ciò stia già accadendo, il 14,3% che avverrà in un prossimo futuro.

È dunque emblematico il caso delle protesi mammarie Pip difettose a causa di silicone non conforme, che si stima interessi circa 4 mila italiane. Nella percezione collettiva, il caso dimostra cosa accade quando si sommano avidità di qualche speculatore, controlli latitanti e tendenza ad acquistare da chi vende a prezzo più basso. Intervistati nella ricerca sul caso delle protesi difettose, gli italiani hanno infatti risposto per il 46,9% che “ci saranno sempre imbroglioni che per speculare fanno del male alle persone”; per il 29,7%, hanno detto che “c’è corruzione e/o incapacità delle autorità di controllo”; per il restante 23,4%, hanno segnalato che “c’è troppa pressione per avere prodotti a basso costo anche per la sanità”. E il basso costo, temono in molti, può significare semplicemente una qualità scadente.

 

di Sabrina Bergamini

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