Rapporto Unar-Dossier immigrazione: dalla discriminazione ai diritti

Non vengono tutti dall’Africa, hanno un livello di istruzione medio-alto e sono per la maggior parte regolari. E’ il quadro che emerge dal Rapporto Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri) a cura del Centro studi Idos, presentato oggi. Alla fine del 2013 sono quasi 5 milioni i migranti residenti che hanno scelto l’Italia come meta per migliorare le proprie condizioni di vita. In termini percentuali, si può parlare di un’incidenza pari all’8,1% sul totale della popolazione.

Sfatando alcuni dei luoghi comuni più diffusi, si può notare un sostanziale policentrismo nei paesi di origini dei migranti: 196 Stati di provenienza, sebbene siano solo 5 i paesi da cui parte il 51% degli immigrati (Romania, Albania, Marocco, Ucraina, Cina). Il 10,3% di essi arriva in Italia con in mano una laurea e il 32,4% ha almeno un diploma (dati del censimento 2011) e risiede nel nostro Paese in condizione assolutamente regolari: nel 2013 sono stati 169.055 i visti rilasciati per soggiorni superiori ai 90 giorni; in aumento anche i cittadini italiani per acquisizione, passati da 285.785 del 2001 a 671.394 nel 2011 a cui si aggiungono 65.383 che hanno ottenuto la cittadinanza nel 2012 e 100.712 nel 2013.

Un serbatoio di potenziale sviluppo inutilizzato perché bloccato da meccanismi discriminatori, de iure e de facto. L’Italia è ormai sempre più terra di immigrazione con tutte le problematiche che questo comporta, a cominciare dalla prima accoglienza fino ad arrivare alla necessità di mettere in atto politiche adeguate per l’integrazione.

Il fenomeno degli sbarchi degli immigrati provenienti dall’Africa e dall’Asia medio-orientale nel nostro Paese è in aumento (al 31 agosto 2014 gli arrivi sono stati 112.689) e questo pone delle sfida da affrontare. “Fino ad ora”, spiega Marco De Giorgi, Direttore Generale Unar, “la parola straniero è stata utilizzata come un aggettivo che indica non solo quanti sono originari di un altro paese ma anche per etichettare i “diversi”, anche solo per tratti somatici, come estranei, misconoscendone l’identità e le virtualità positive ed esponendoli al rischio di emarginazione”.

Nel Rapporto sono stati evidenziati 4 ambiti specifici nei quali gli stranieri avvertono maggiormente la discriminazione: l’accesso alla casa (pagare un affitto costa ad un immigrato il 20% in più rispetto ad un italiano), la canalizzazione verso gli studi superiori (solo un quinto degli studenti di origine straniera sceglie un liceo invece di un istituto che avvia al lavoro), il tasso di impiego lavorativo e la tenuta occupazionale (il 50% circa dei lavoratori immigrati ha un contratto precario, contro il 30% degli italiani).

Con questi numeri alla mano, “lavoro, pari opportunità e integrazione costituiscono le parole chiave su cui concentrarsi. Bisogna far radicare nell’opinione pubblica l’idea che gli immigrati non sono un peso ma una risorsa per l’Italia”, ribadisce il Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, Franca Biondelli, nel corso del suo intervento alla presentazione del Rapporto. “Quando si parla di ripresa economica, di spinte per uscire dalla crisi non si può fare a meno di prendere in considerazione due aspetti fondamentali: l’invecchiamento della popolazione italiana e l’immigrazione che può essere intesa come una vera e propria risorsa”, aggiunge Marco De Giorgi. Allo stato attuale dunque è tempo mettere in atto una strategia di integrazione che superi il carattere dell’episodicità legata all’emergenza: “un approccio triple win sarebbe la migliore soluzione attuabile”, propone Franco Pittau, Coordinatore Idos, “esso porterebbe vantaggio per il migrante, per il paese d’arrivo e per il paese di partenza”.

di Elena Leoparco

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