Sanità, aumenta la spesa privata e decolla il low cost

Aumenta la spesa privata degli italiani in sanità: più 25,5% in dieci anni. Allo stesso tempo, circa un quinto degli italiani ha dovuto rinunciare a qualche prestazione sanitaria per motivi economici. La spesa cresce anche per l’impatto della partecipazione richiesta ai cittadini attraverso i ticket. E decolla il low cost sanitario: c’è sempre maggiore attenzione alla ricerca di prestazioni sanitarie di qualità accettabile, in tempi ragionevoli e a prezzi più bassi.

Le linee di tendenza della sanità in Italia dopo i tagli e in un contesto di minori risorse pubbliche è fotografata da una ricerca realizzata dal Censis nell’ambito delle attività del Forum per la Ricerca Biomedica. Ammonta a 30,6 miliardi di euro la spesa di tasca propria dei cittadini. La spesa sanitaria privata è cresciuta del 25,5% in dieci anni e non solo per manovre di bilancio. Anche nel triennio 2007-2010, quello di crisi conclamata, l’aumento della spesa privata per la sanità è stato dell’8,1%, contro un aumento generale dei consumi di solo il 2,6%. Quasi il 71% degli italiani ha acquistato farmaci a prezzo pieno in farmacia, oltre il 41% ha fatto visite o sedute odontoiatriche private, quasi il 35% ha pagato per visite mediche specialistiche e il 18,6% per esami diagnostici ambulatoriali.

In  un contesto di crisi, però, all’aumento della spesa si accompagnano alcune rinunce: circa il 18% degli italiani dichiara di aver dovuto rinunciare ad alcune prestazioni sanitarie, come visite specialistiche o odontoiatriche, per motivi economici, percentuale che sale a oltre il 24% fra i 45-64enni ed è vicina al 20% fra gli anziani. Altri invece hanno scelto di affidarsi al pubblico. Questa tendenza però non ha impedito che continuasse ad aumentare la spesa sanitaria a carico delle famiglie, anche per l’introduzione dei ticket sulle prestazioni specialistiche e diagnostiche. Secondo il Censis, dai ticket su farmaci, diagnostica, specialistica, pronto soccorso potrebbe arrivare una stangata di 4 miliardi di euro.

Gli italiani spendono di più per la salute perché vi sono alcuni settori, come l’odontoiatrica, non coperti a sufficienza dal pubblico. E perché hanno cambiato comportamenti e affrontano con risposte rapide, a spese proprie, piccoli disturbi e sintomi non gravi – dai dolori muscolari alle allergie, dai problemi alla vista alla tendenza a ingrassare all’insonnia. A tutte queste patologie, gli italiani rispondono seguendo una tendenza alla “autoregolazione”: il 39% consulta subito il medico di base, il 31% tenta di curarsi stando a casa e il 15% assume qualche farmaco che in altre occasioni si è rivelato efficace. Un altro esempio di spesa privata è quella per i medicinali non convenzionali, pari a 1,7 miliardi di euro l’anno.

L’aumento della spesa si accompagna al vero e proprio decollo del low cost sanitario: è partita la caccia alle offerte, spesso veicolate via web. Stime Assolowcost indiano in oltre 10 miliardi di euro il valore della sanità low cost, in crescita del 25% l’anno. I risparmi sui prezzi delle prestazioni rispetto alle normali tariffe di mercato vanno dal 30 al 60% ma nel canale via web possono arrivare fino al 70-85%. Se l’appeal del low cost aumenta non manca però la preoccupazione, relativa alla mancanza di controlli di qualità e alla possibilità che si inneschi una domanda impropria seguita da risposte inappropriate. Le offerte low cost sul web, in particolare, propongono un’ampia gamma di prestazioni sanitarie e check up di prevenzione, nonché piccoli interventi di chirurgia estetica. L’offerta che arriva dai siti di acquisto è in rapida espansione, intercetta in parte una domanda che non riuscirebbe a trovare risposte a prezzi di mercato, ma potrebbe portare a un “rigonfiamento dei consumi, in direzioni non sempre di prima necessità”, rileva il Censis.

In questo contesto, emerge la crescente insoddisfazione degli italiani: per il 31,7% la qualità del Servizio sanitario nazionale è peggiorata negli ultimi due anni, con un gap notevole – e valutazioni molto più critiche della media – da parte dei cittadini che risiedono nelle Regioni sottoposte a Piani di rientro. Per il 55,3% tutto è rimasto uguale a prima e solo per il 13% c’è stato invece un miglioramento. Nelle Regioni con Piano di rientro, però, più del 38% degli intervistati afferma che la sanità è peggiorata nei due anni precedenti e solo meno dell’8% dichiara che è migliorata. Nelle Regioni senza Piani di rientro i cittadini che parlano di un peggioramento sono invece il 23,3%.

“La sanità peggiora dunque nelle Regioni in cui i Piani di rientro hanno imposto controlli rigidi della spesa e tagli a servizi e prestazioni: in queste Regioni si spende meno rispetto al passato, ma per ora non si spende meglio”, afferma il Censis, evidenziando che le politiche di controllo della spesa sanitaria hanno un impatto negativo sulla qualità percepita da parte dei cittadini. Nelle Regioni con Piani di rientro, è inoltre peggiore il giudizio dei cittadini sull’adeguatezza dei servizi sanitari regionali: a livello italiano, il 43,9% degli italiani ritiene questi servizi inadeguati, ma nelle Regioni con piani di rientro questa percentuale diventa la maggioranza e sale al 57,8%.

Attenzione però, perché spesso c’è “uno scarto fra la valutazione generale della qualità del Sistema sanitario nazionale e la valutazione della qualità delle prestazioni fatte al singolo individuo”, ha detto il ministro della Salute Renato Balduzzi intervenendo oggi a Roma alla presentazione della ricerca. C’è inoltre il fatto che i viaggi della salute, ad esempio Sud-Nord, non sempre possono essere motivati ma sono comunque percepiti come necessari. Inoltre, ha detto il Ministro, i margini di intervento su “sprechi, inefficienza e illegalità sono ancora elevatissimi. Non è accertato che avere più risorse determini più qualità, anzi in molte situazioni sembrerebbe l’inverso”. Per intervenire in questo campo, ha detto il Ministro, le linee di tendenza possono essere “più governance di sistema”, “una migliore distribuzione delle risorse finanziarie e del personale” e la regionalizzazione, mentre “un possibile aiuto per la piena attuazione del criterio di appropriatezza sta nella diffusione delle informazioni” attraverso la messa a disposizione di tutti i cittadini dei dati sulle prestazioni sanitarie e del sistema di assistenza ospedaliero e territoriale. All’ordine del giorno, ha annunciato, c’è la realizzazione di un portale che metta tutti in condizione di avere questi dati.

 

di Sabrina Bergamini

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