TopNews. Social, impazza la #10yearschallenge. Con quali rischi?

Metti la tua foto di dieci anni prima. Subito accanto, quella di dieci anni dopo. Pesano le rughe sul tuo viso? Sei ora più curato, oppure stavi meglio quando la carta d’identità ti segnalava più giovane? L’ultima sfida che si è diffusa sui social network è la 10 years challenge, che invita a postare a confronto le foto personali di oggi con quelle scattate una decina di anni fa. Un giochino innocente che ha conquistato anche le star. Davvero così innocente? Il dubbio è scaturito da un articolo di Wired Usa, ripreso anche in Italia. Non è che dietro il giochino si nasconde un nuovo Grande Fratello?

I dati potrebbero servire ad addestrare gli algoritmi di riconoscimento facciale? Questa la domanda sollevata dagli approfondimenti di Wired, che sottolineano come la mole di foto postate possa essere usato per perfezionare gli algoritmi che riconoscono i volti. Si legge in un articolo di Wired Italia: “Il punto, quindi, è proprio che oggi non possiamo più permetterci l’ingenuità con cui per lungo tempo ci siamo approcciati ai giochini da social come la 10 years challenge. Sarebbe il caso di valutare sempre quale sia l’utilizzo che può essere fatto dei dati che diamo in pasto alle piattaforme (e ai loro algoritmi) e quali potrebbero essere le potenziali implicazioni tecnologiche e sociali.”

Le foto potrebbero insomma insegnare agli algoritmi come cambiano le persone nel corso degli anni, a partire da un database di immagini postate direttamente dagli utenti, quindi facilmente etichettabili e dotate di una data precisa. L’uso degli algoritmi a sua volta potrebbe facilitare la ricerca di bambini scomparsi ma anche le forme di controllo sui dissidenti nei regimi autoritari. La sfida sui social potrebbe dunque essere utile ad addestrare questi sistemi, oppure potrebbe non essere affatto così – si legge su Wired – ma di sicuro “in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale è sempre più pervasiva, in cui i nostri dati sono vengono sfruttati in modo improprio dai colossi della Silicon Valley e in cui il timore della sorveglianza di massa si fa sempre più largo, dovremmo prestare molta più attenzione ai possibili utilizzi di quelli che a prima vista sembrano solo innocui giochini”.

Fra l’altro non è stata Facebook a lanciare la sfida. Come si legge in una nota riportata dalla Repubblica, “Si tratta di un meme creato dagli utenti e che è diventato virale in modo spontaneo”, hanno fatto sapere da Facebook. “Non abbiamo iniziato noi questo trend, in cui vengono utilizzate foto già esistenti sulla piattaforma, e non guadagniamo nulla da questo meme (se non ricordarci quanto fosse discutibile la moda nel 2009). Gli utenti di Facebook possono, in qualsiasi momento, scegliere se attivare o disattivare il riconoscimento facciale”

La 10 years challenge ha sollevato l’attenzione di Adiconsum, che commenta: “Non passa giorno che sui social non venga lanciata una nuova moda attraverso un hashtag accattivante per aumentare i “like” e condividere momenti o situazioni con i propri followers. L’ultimo in ordine di tempo, lanciato dal Social network Instagram e ripreso anche da Facebook e Twitter, si chiama #10yearschallenge e invita gli utenti social a postare foto di cose, luoghi, avvenimenti, pensieri, immagini personali relative ad un lasso di tempo di 10 anni (2009-2019)”. Il successo del gioco si accompagna però alle perplessità, legate in generale ai dati personali che vengono condivisi con estrema facilità.

Sostiene Adiconsum: “Postare una proprio foto sui social potrebbe essere sempre pericoloso, soprattutto perché le foto postate rimangono archiviate sulla piattaforma e diventano di sua proprietà e di chiunque riesca a carpirle e catalogarle. Non solo le foto, ma anche tutto ciò che postiamo, può permettere di tracciare un profilo dei nostri interessi, delle nostre amicizie, dei nostri pensieri, che possono venire immagazzinati per altri scopi. Tutto questo non accade, quindi, solo quando vengono lanciati nuovi hashtag e nuove iniziative, ma è la regola dei social e non dobbiamo mai dimenticarla”. L’associazione fa poi riferimento a quella percentuale di persone che non è in grado di distinguere fra notizie vere e fake news. “L’uso non consapevole di internet da parte degli analfabeti funzionali, ma anche da parte dei giovani, può diventare un terreno fertile per chi vuole fare business con la raccolta di dati personali – dice Adiconsum – Anche se non è una novità che i dati non sono solo di nostra proprietà, vero è che possiamo limitarne la loro diffusione adottando una serie di comportamenti più responsabili e consapevoli, durante la navigazione in internet, non togliendo nulla al desiderio di condividere i nostri momenti con gli amici”.

Dall’associazione arriva qualche consiglio per usare i social: controllare le impostazioni della privacy, pensare bene a quello che si pubblica su internet, non dimenticare che la rete è un luogo pubblico dove si può prelevare quello che si trova e riutilizzarlo a nostra insaputa.

 

Notizia pubblicata il 21/01/2019 ore 17.36

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