Università, Federconsumatori: costo medio da 300 a 2500 euro l’anno

Da 300 euro a oltre 2500 euro l’anno a seconda della fascia di reddito. Tasse universitarie in discesa ma allo stesso tempo ancora pesanti per le famiglie. E differenze fra gli atenei: il più caro è la Sapienza di Roma, seguita dall’Università di Bari e dalla Federico II di Napoli, mentre negli importi massimi, ad applicare le imposte più alte è l’Università di Pavia. I dati vengono da Federconsumatori che ha realizzato l’indagine annuale sui costi delle università. Gli importi delle tasse si calcolano in base al reddito ISEE dello studente, quindi nella ricerca sono state prese come riferimento cinque fasce di reddito.

Nel caso in cui il reddito familiare dello studente rientri nella I fascia (ISEE 6.000 euro), il costo medio annuo registrato è di 302,48 euro, mentre per gli importi massimi si arriva ad una media di 2523,45 euro all’anno. “Si tratta di cifre importanti, che risultano in leggera diminuzione rispetto al 2017 se si considerano gli importi minimi e che invece sono in crescita per quanto riguarda la tassazione per la fascia più alta”, spiega Federconsumatori.

L’associazione precisa che “alcuni costi risultano inferiori rispetto a quelli rilevati lo scorso anno non tanto in ragione di una effettiva riduzione delle tasse imposte dalle singole Università ma a causa di una rimodulazione della tassa regionale per il diritto allo studio: in Campania, ad esempio, fino allo scorso anno l’imposta era uguale per tutti e ammontava a 140 euro, mentre ora l’importo si determina in base alla condizione economica (120 euro per un reddito ISEE fino a 20.220,00 euro, 140 euro per un reddito compreso tra 20.220,01 e 40.440,00 e 160 euro per tutti gli altri). Il dettaglio incide sulla media finale, che risulta appunto inferiore rispetto al 2017”. La diminuzione maggiore si ha nella III fascia (ISEE 20.000 euro), in cui gli importi diminuiscono del -6,88%. Nella I, II e IV fascia i costi scendono rispettivamente del -4,53%, del -3,96% e del -3,74%. Gli importi massimi invece mostrano la tendenza opposta, con un aumento del +3,15%.

Quali sono le università più care? Il primato va alla Sapienza di Roma, dove dove gli studenti appartenenti alla prima fascia di reddito pagano 590,50 euro nelle facoltà scientifiche e 563,50 euro nelle facoltà umanistiche. Seguono l’Università di Bari (416,78 euro per la prima fascia) e l’Università Federico II di Napoli (391,00 euro per la prima fascia). La ricerca conferma poi quanto emerso lo scorso anno: le tariffe più care si registrano nelle Università del Sud dove, sempre per la prima fascia di reddito, i costi superano del +7,3% la media nazionale. Se si considerano gli importi massimi, invece, ad applicare le imposte più alte è l’Università di Pavia (4.141,00 euro per le facoltà scientifiche e 3.663,00 euro per le facoltà umanistiche), seguita dalla Sapienza di Roma (3.080,00 euro e 2.977,00 euro rispettivamente per le facoltà scientifiche e per quelle umanistiche) e dall’Università di Milano (3.636,00 euro per gli indirizzi scientifici e 2.930,00 per quelli umanistici).

Nelle Università che applicano importi differenti in base alla facoltà di appartenenza, gli iscritti ai corsi di studio dell’area scientifica pagano tra il 4,42% e l’8,65% in più rispetto a chi sceglie una facoltà umanistica, a seconda della fascia di reddito. 

La riduzione delle tasse, dice Federconsumatori, non significa che i problemi del sistema universitario siano risolti. Spiega l’associazione: “Resta aperta in primis la questione dei servizi offerti agli iscritti, in particolare quelli di natura abitativa: in molte realtà gli studentati non bastano a soddisfare la domanda e gli studenti fuori sede hanno notevoli difficoltà sia a trovare una soluzione abitativa che a sostenere le spese per l’alloggio”. C’è poi il tema dell’evasione fiscale. “Da anni – commenta Emilio Viafora, presidente Federconsumatori – denunciamo l’assenza di efficaci misure di contrasto all’evasione fiscale non solo, naturalmente, per risanare l’intero sistema economico ma anche per evitare che in situazioni come questa, in cui sono previste agevolazioni in base al reddito, i fondi siano destinati a chi non ne ha davvero bisogno, con una conseguente lesione del diritto allo studio di altri ragazzi”.

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