Mediazione civile: Unioncamere e il diritto “mite”

Sono 30.331 i procedimenti depositati presso le 101 Camere di commercio iscritte al Registro del Ministro della Giustizia. Si chiude così il bilancio ad un anno e mezzo dall’introduzione della mediazione obbligatoria prevista dal Disegno legislativo numero 28 del 2010. In occasione della nona edizione della Settimana Nazionale della Conciliazione, Unioncamere ha presentato, nel pomeriggio di ieri, una lettura accurata di questo sistema di giustizia “alternativo”, attraverso una ricerca realizzata dal Consorzio AAster dedicata ai protagonisti dell’offerta di servizi di mediazione.

I dati analizzati fanno emergere una crescita esponenziale del fenomeno che ha portato oltre 60.000 persone, tra imprese e consumatori, a risolvere un contenzioso civile al di fuori delle aule dei tribunali. Tale procedura ha premesso di trovare soluzioni convenienti per entrambe le parti in soli 47 giorni lavorativi. Dal punto di vista economico, ciò si è tradotto in un risparmio che si stima pari a 123 milioni di euro solo per quanto riguarda la mediazione gestita dalle Camere di commercio, che attualmente costituiscono il 12% dei 931 organismi iscritti al Registro. Infatti, se si estende la stima a tutti gli organismi di mediazione il risparmio sale a 480 milioni.

Ferruccio Dardanello, Presidente di Unioncamere, sottolinea l’importanza di queste cifre affermando che “la riforma della mediazione civile e commerciale ha dato vita ad un diritto “mite” che è la conseguenza di un nuovo contesto culturale prima ancora che giuridico. Una giustizia giusta ed efficace devono diventare una priorità per tutti gli attori economici ed istituzionali”.

L’introduzione della mediazione amministrata come passaggio obbligatorio prima del ricorso alla procedura giudiziale ha dovuto affrontare un percorso difficile per affermarsi, sebbene abbia avuto da sempre il supporto da parte dello Stato e del mondo camerale che ne ha costituito per lungo tempo la vera spina dorsale, soprattutto nella fase pioneristica dalla fine degli anni Novanta al 2010, anno in cui si è avviata la reale trasformazione con l’introduzione per legge dell’obbligatorietà. A partire da tale data si è verificato un proliferare degli organismi di mediazione e una crescita esponenziale di coloro che svolgono tale attività (circa 40.000 mediatori). Essi operano soprattutto in organismi che sono espressione di ordini professionali. I quest’ambito si evidenzia una netta prevalenza dell’avvocatura, che gestisce 115 organismi di mediazione. “Tale prevalenza”, dice Guido Alpa, Presidente del Consiglio Nazionale Forense, “è probabilmente imputabile alla volontà delle parti di chiarire la propria posizione giuridica anche nel costo della mediazione civile”.

Ma chi è il “mediatore tipo” italiano? Quali sono le sue caratteristiche professionali e motivazionali?Secondo lo studio, il 58% è un avvocato e il 21% è un dottore commercialista. È interessante osservare che la maggior parte di coloro che hanno scelto di diventare mediatori lo ha fatto per obiettivi di riforma sociale e vede il suo lavoro come una “missione” (37,5% dei casi), anche se è molto forte anche la spinta della soddisfazione personale (39%).

La ricerca ha infine esaminato anche quelle che sono le aspettative del mondo delle imprese e dei consumatori. Le imprese infatti vengono sgravate da onerosi costi finanziari e tempistici e per i consumatori la giustizia alternativa costituisce un modo per affermare la democrazia partecipativa. Conclude quindi Aldo Bonomo, Direttore del Consorzio AAster, che “la mediazione rappresenta un vero e proprio strumento di democrazia che consente di rendere meno vulnerabile l’esercizio della cittadinanza”.

 

di Elena Leoparco

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