Pit Giustizia: i cittadini vogliono essere parte attiva del sistema giudiziario

I cittadini vogliono essere protagonisti del sistema giudiziario. E per questo chiedono di essere sempre più informati sul percorso giudiziario in modo da diventare parte attiva. E’ quanto emerge dal IV Rapporto PIT Giustizia di Cittadinanzattiva che l’associazione ha presentato ieri proprio in occasione del ventennale della strage di Capaci cui l’associazione lega un ricordo profondissimo: “Un paio di settimane prima del 23 maggio 1992 Giovanni Moro, allora Segretario del Movimento Federativo Democratico, oggi Cittadinanzattiva) e Stefania Nichinonni, Responsabile della segreteria organizzativa dell’associazione, furono ricevuti al Ministero della Giustizia dal Giudice Falcone che da poco dirigeva gli Affari penali, per parlare di diritti e di partecipazione civica, cuore della missione del movimento”. La presentazione del Rapporto si è aperta con una nota di ottimismo. Secondo Mimma Modica Alberti, coordinatrice nazionale Giustizia per i Diriti, infatti, in venti anni sono stati compiuti molti passi in avanti ma molto altro c’è da fare come testimoniano i risultati del Rapporto. Dove bisogna agire? Innanzitutto i cittadini che si sono rivolti nell’ultimo anno al Pit Giustizia chiedono maggiori informazioni, chiedono di saperne sempre di più: queste segnalazioni riguardano il 64% delle richieste (nel 2010 era il 37%). Cosa chiedono? Chiedono in larga misura, nel 42% dei casi, informazioni complesse. Cosa sono? I cittadini chiedono, innanzitutto, informazioni riguardanti l’organizzazione del sistema giudiziario a dimostrazione del fatto che essi vogliono conoscere e capire come funziona la macchina giudiziaria e quali sono le vie percorribili soprattutto nel momento in cui la macchina si inceppa senza apparenti spiegazioni. Voglio essere protagonisti del processo che hanno a carico ma anche di un’azione non ancora avviata. La crisi profonda che investe i cittadini nel loro rapporto con il Sistema Giudiziario si rivolge, inevitabilmente, anche agli operatori del sistema, primi fra tutti gli avvocati. Il loro sembra più un rapporto di sfiducia che di fiducia.

I dati del Pit ci dicono che non sono in aumento i cittadini che si lamentano dei propri avvocati, restano stabili anno dopo anno e ciò significa che stiamo di fronte ad un problema che rimane costante nel tempo. A generare maggiore perplessità nei cittadini è la mancanza di chiarezza nelle parcelle degli avvocati così come la mancanza di informazioni sull’iter della pratica. Per sopperire i cittadini si rivolgono al Pit cui chiedono di sapere quello che gli avvocati non dicono. E’ sicuramente un’anomalia. Dai dati emersi dal Rapporto Pit Salute è evidente anche un cambiamento della giustizia ai tempi della crisi. In ambito penale, l’indagine evidenzia un aumento dei delitti contro il patrimonio dovuto al fatto che aumenta, purtroppo, il numero di persone che delinquono. In ambito civile, invece, sono 3 i campanelli d’allarme: l’aumento preoccupante dell’espropriazione immobiliare; l’aumento delle cause aventi ad oggetto il lavoro e la previdenza; i costi della giustizia. Su questo ultimo punto c’è molta disinformazione: il Pit, infatti, rileva una diminuzione dei cittadini che si rivolgono al Patrocinio a spese dello Stato. In pochi, infatti, sono a conoscenza della possibilità di poter usufruire di una prestazione legale gratuita non rinunciando al propri,o diritto, inviolabile, di difesa a condizione che il loro reddito annuo non sia superiore a 10.628,16 euro.

Secondo Giancarlo Rizzo, vice presidente Associazione Difensori d’Ufficio Roma, tuttavia, questa disposizione ha bisogno di alcuni miglioramenti per renderla più efficace: “Andrebbe aumentata la soglia di reddito per accedervi – spiega – così come dovrebbe porsi un limite alla discrezionalità di cui godono i magistrati nel poter concedere o meno il gratuito patrocinio pur in presenza delle condizioni reddituali. Si potrebbe, ad esempio, graduare uno stato di abbienza”. Ultima nota dolente affrontata dal Rapporto ha a che fare con i tempi della giustizia: troppo lunghi. Otto anni e tre mesi è la durata media di un procedimento penale (il doppio rispetto al 2010). In ambito civile ci vogliono dal 16 ai 20 anni. Come è noto, la riforma della giustizia, che ha introdotto la mediazione civile e commerciale, ha l’obiettivo di ridurre il contenzioso e con esso i tempi. Come stiamo messi? Il Rapporto affronta la questione dedicando un intero paragrafo. Si va in mediazione solo laddove vige l’obbligo mentre è scarsa l’incidenza della mediazione facoltativa. La mediazione è terreno di scontro tra favorevoli e contrari. I più tenaci tra i ‘no’ sono gli avvocati rappresentati, ieri, da Maurizio de Tilla, presidente Organismo Unitario Avvocatura: “Questa riforma non funziona e il governo fa orecchie da mercante sulle nostre proposte che potrebbero agire efficacemente sul miglioramento del sistema giustizia. Processo telematico su tutto il territorio; gestione corretta delle risorse; istituzione dell’Ufficio del Giudice”.

di Valentina Corvino

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