Arbitro controversie finanziarie Consob: 60% pronunce a favore dei risparmiatori

L’Arbitro per le controversie finanziarie della Consob compie un anno. In dodici mesi sono arrivati quasi 1900 ricorsi, il 63% delle pronunce è stato a favore dei risparmiatori e sono stati riconosciuti risarcimenti per 5,2 milioni di euro. Sono i primi numeri dell’organismo di risoluzione delle controversie avviate un anno fa e che si occupa dei contenziosi fra risparmiatori e intermediari finanziari. “In pratica, un investitore retail che ritiene di avere subito un danno a causa di un comportamento scorretto di una banca o altro intermedia rio nella gestione dei propri investimenti, da un anno a questa parte dispone di un nuovo strumento di tutela”, spiega il presidente dell’ACF Gianpaolo Eduardo Barbuzzi.

L’Arbitro, che è competente per richieste di risarcimento fino a 500 mila euro, è operativo dal 9 gennaio 2017 e nell’arco di dodici mesi ha ricevuto 1.879 ricorsi. Le richieste di risarcimento sfiorano i 100 milioni di euro, con una media di 55.000 euro circa a ricorso. Il bilancio del primo anno di attività dice che sono 305 le decisioni assunte al 31 dicembre scorso, di cui 187 di accoglimento e 118 di rigetto dei ricorsi. “In oltre il 63% dei casi – si legge in una nota –  la decisione è stata favorevole in tutto o in parte ai ricorrenti, ai quali sono stati riconosciuti risarcimenti per un ammontare complessivo per circa 5,2 milioni di euro, con una media di 28.000 euro a ricorso. Gli intermediari interessati dai ricorsi sono 119, di cui 91 banche.  Le decisioni dell’Arbitro hanno trovato quasi sempre esecuzione a beneficio dei risparmiatori”.

In altri 103 ricorsi è stata dichiarata l’estinzione del procedimento su richiesta del ricorrente, prima della chiusura dell’istruttoria, quasi sempre per aver raggiunto un accordo con l’intermediario. Ulteriori 358 ricorsi sono stati dichiarati irricevibili o inammissibili, oltre la metà (191) dopo la revoca a luglio 2017 dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria da parte delle due banche venete, che non ha consentito all’Arbitro Consob di continuare a ricevere e valutare ricorsi dei relativi azionisti.

Molti ricorsi, circa un terzo di quelli arrivati nel 2017, riguardano infatti risparmiatori che hanno investito in azioni di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, collocate presso i rispettivi sportelli o quelli di banche loro controllate. In quasi tutti i casi finora decisi (oltre 100, per risarcimenti complessivi riconosciuti pari a 3,5 milioni di euro) sono state accolte le richieste risarcitorie. L’Arbitro in questi casi, spiega il presidente Barbuzzi, ha rilevato “l’inconsapevolezza da parte dei risparmiatori dei relativi rischi, come anche il pressing operato su molti di essi per indurli a convogliare i loro risparmi – se non tutti i loro risparmi – proprio su azioni emesse dalle due banche, nonostante l’inadeguatezza dell’investimento. La legge di stabilità 2018 – prosegue il presidente –  prevede misure di ristoro per i risparmiatori vittime di misselling e una speciale procedura arbitrale per la loro erogazione. E’ auspicabile che si possa tenere conto delle decisioni favorevoli ai ricorrenti già assunte dal Collegio (per un controvalore complessivo di 3,5 mln. di euro) e di quelle che saranno assunte a breve in relazione ai ricorsi pendenti, così da farne direttamente beneficiare i risparmiatori interessati ed evitare, nello stesso tempo, onerose duplicazioni di attività”.

Circa il 60% dei ricorrenti si è fatto assistere dinanzi all’Arbitro da un procuratore mentre è stato finora marginale – meno del 5% –  il contributo delle associazioni dei consumatori nell’assistenza ai risparmiatori per presentare i ricorsi.

Secondo il presidente dell’ACF Barbuzzi, quello che emerge con evidenza dai ricorsi esaminati “è una insufficiente valorizzazione, nella relazione cliente/intermediario, della fase che precede l’assunzione della decisione d’investimento, quella cioè che deve servire a rendere ogni risparmiatore un investitore consapevole”. Emerge di fatto un rapporto fiduciario viziato fra investitori che sanno poco di finanza e intermediari spesso fermi agli adempimenti formali. Spiega il presidente ACF: “L’identikit dell’investitore retail che si è rivolto finora all’ACF è quello di chi: tende ad assumere un ruolo passivo, soprattutto nelle fasi di avvio e poi di formalizzazione del rapporto con l’intermediario; si autodefinisce e spesso è effettivamente privo di sufficienti conoscenze finanziarie; oscilla tra atteggiamenti di autoassoluzione e di overconfidence, sopravvaluta cioè le proprie conoscenze finanziarie. Per parte loro, gli intermediari paiono privilegiare l’adempimento formale, direi rituale degli obblighi. Questo, se può forse soddisfare le esigenze di compliance e di tendenziale contenimento del rischio legale, non esaurisce di certo i loro doveri, primo tra tutti quello di servire al meglio l’interesse del cliente. E quest’ultimo è aspetto su cui l’attenzione del Collegio è massima nella valutazione dei ricorsi. L’effetto – conclude Barbuzzi – è che l’investitore retail spesso abdica o ignora i propri diritti, anzitutto informativi, affidandosi all’intermediario sulla base di un rapporto fiduciario che, se queste sono le basi, può solo rivelarsi in seguito fortemente viziato e, dunque, critico per entrambi. Di qui i casi di fiducia tradita, vera o presunta”.

 

Notizia pubblicata il 10/01/2018 ore 16.28

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