Contratti di credito, CGUE: uno Stato può limitare commissioni bancarie del creditore

La direttiva sui contratti di credito ai consumatori non osta alla normativa della Romania che, in tema di credito al consumo, permette ai consumatori di rivolgersi direttamente a un’autorità di tutela dei consumatori, che a sua volta può sanzionare gli istituti di credito senza doversi avvalere preventivamente delle procedure di risoluzione stragiudiziale delle controversie. Interrogata dalla Giustizia romena sull’applicazione della direttiva, la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha precisato la portata della tutela dei consumatori riconosciuta nel contesto dei contratti di credito. Uno Stato può dunque limitare le commissioni bancarie percepite dal creditore.

In Romania, spiega la Corte, la direttiva è stata trasposta nell’ordinamento nazionale con un decreto entrato in vigore il 22 giugno 2010. Esso dispone, tra l’altro, che quando viene concesso un credito, il creditore può percepire unicamente la commissione per l’analisi del fascicolo, la commissione per l’amministrazione del credito o la commissione per la gestione del conto corrente, la compensazione in caso di rimborso anticipato, i costi relativi alle assicurazioni, eventualmente le penalità, nonché una commissione unica per servizi prestati su richiesta dei consumatori.

Il caso sul quale è stata interpellata la Corte è scaturito da una multa fatta dall’Autorità nazionale per la tutela dei consumatori del distretto di Călăraşi nei confronti della Volksbank România: secondo l’Autorità, la “commissione di rischio” pari allo 0,2% del saldo del credito che la banca applicava non era previsto dal decreto. In forza del contratti stipulati fra la banca e i suoi clienti prima del decreto di recepimento della direttiva europea, a fronte della messa a disposizione del credito, il mutuatario può essere tenuto a versare alla banca una “commissione di rischio” pari allo 0,2% del saldo del credito, pagabile mensilmente per tutto il periodo di svolgimento del contratto. Secondo l’Autorità dei consumatori, appunto, il percepimento di tale commissione non era previsto dal decreto; il Tribunale di primo grado cui la banca si è rivolta, eccependo un contrasto fra il decreto nazionale  la direttiva europea, si è rivolto alla Corte.

La Corte ha sottolineato che gli Stati membri possono, conformemente al diritto dell’Unione, applicare le disposizioni di tale direttiva a settori che esulano dall’ambito di applicazione della stessa. Possono quindi mantenere o introdurre misure nazionali conformi alla direttiva o ad alcune delle sue disposizioni in materia di contratti di credito non rientranti nell’ambito di applicazione ratione materiae della direttiva come, nella fattispecie, i contratti di credito garantiti da un bene immobile. Secondo la Corte, inoltre, gli Stati membri possono stabilire una misura transitoria per cui la normativa si applichi ai contratti in corso alla data della sua entrata in vigore.

La Corte ritiene inoltre che “la direttiva non osti a che uno Stato membro istituisca obblighi non previsti da tale direttiva a carico degli istituti di credito per quanto riguarda i tipi di commissione che questi possono percepire nel contesto di contratti di credito al consumo. La regola prevista dal decreto romeno, infatti, comportando un elenco esaustivo di commissioni bancarie che il creditore può percepire dal consumatore, costituisce una norma di tutela dei consumatori in un settore non armonizzato dalla direttiva”. Poi precisa – interrogata sull’accessibilità del credito al consumo proposto da società di altri Stati –  che una normativa di uno Stato membro non costituisce una restrizione ai sensi del Trattato per il solo fatto che altri Stati membri applicano regole meno severe o economicamente più vantaggiose ai prestatori di servizi simili stabiliti nel loro territorio.

La Corte dichiara infine che “la direttiva non osta alla normativa romena che, in materia di crediti al consumo, permette ai consumatori di rivolgersi direttamente ad un’autorità di tutela dei consumatori, che può successivamente infliggere sanzioni agli istituti di credito per violazioni della normativa nazionale, senza doversi preventivamente avvalere delle procedure di risoluzione stragiudiziale previste dal diritto nazionale per siffatte controversie. La Corte rileva infatti che la direttiva esige che le procedure in materia di risoluzione stragiudiziale delle controversie siano adeguate ed efficaci. Pertanto, spetta agli Stati membri disciplinare le modalità di dette procedure, compreso il loro eventuale carattere obbligatorio, nel rispetto dell’effetto utile di tale direttiva”.

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